Femminismo e gender studies: intervista a Irene Facheris

Soprattutto nel 2020 si è sentito molto parlare di femminismo, spesso con un’accezione negativa, come se fosse un pensiero estremista. Una delle prime persone in Italia a parlare di femminismo fu però Irene Facheris, classe 1989 e laureata in Psicologia dei processi sociali, decisionali e dei comportamenti economici.

Irene è conosciuta soprattutto per essere un’attivista femminista e presidente dell’associazione Bossy, il cui obiettivo è diffondere cultura sulla parità di genere. Insomma, per chi ancora non la conoscesse o non conoscesse la vera natura del femminismo, ecco la nostra intervista!

Intervista a Irene Facheris

  • Esperta in “gender studies”, attivista, formatrice e scrittrice. Come ti definiresti per chi ancora non ti conosce?

Sono una persona che aiuta altre persone ad apprendere, che è qualcosa di diverso dall’insegnare. Il lavoro dell’insegnante è anzitutto passarti delle nozioni che non hai, mentre quando si parla di certi temi (come la parità), si toccano argomenti con cui tutt* noi abbiamo a che fare quotidianamente. Non si tratta di imparare qualcosa di nuovo (poi anche, certo) ma anzitutto di diventare consapevoli di essere inserit* in alcuni meccanismi. Quando parlo alle persone di femminismo, parlo della loro vita, di cose che hanno sempre avuto sotto gli occhi ma alle quali non stavano ancora prestando attenzione.

  • Come descrivi Bossy e com’è nata l’idea di questa associazione?

Bossy nasce dal bisogno di parlare di femminismo in un momento (nello specifico il 2014) in cui in Italia il tema non era minimamente sul tavolo. Ora se dici di essere femminista molt* sanno di cosa parli, ma solo qualche anno fa ti prendevano per matta, ti guardavano male (anche adesso eh, però decisamente meno). Bossy è un contenitore, anzitutto di parole ma anche di azioni. Scriviamo articoli originali per regalare sempre nuovi spunti a chi ci legge e organizziamo eventi per portare questi argomenti nelle nostre vite di tutti i giorni. Siamo un’associazione no profit e stiamo in piedi grazie al nostro shop, dove il prodotto più apprezzato è sicuramente il nostro calendario femminista, dove ogni mese è dedicato a un tema e dove dentro si trovano, oltre alle date solite, anche quelle importanti per il femminismo e la comunità LGBTQ+.

  • Parlaci di “Parità in pillole”, sia della videorubrica su YouTube che del libro. Cosa accomuna i due progetti?

La videorubrica è nata nel 2016, ogni giovedì parlavo di un tema femminista in una maniera facile e accessibile e lo facevo perché non lo stava facendo nessun*. Ho sentito il bisogno di usare la mia visibilità e una piattaforma immediata come YouTube per portare all’attenzione di tant* giovani questi temi. Quando la rubrica si è conclusa, dopo 150 puntate, a dicembre 2019, ho avuto la necessità di mettere un po’ di ordine. Riprendere i concetti espressi in quei 4 anni, ampliarli e dare loro una nuova forma. Così è nato il libro.

  • Cos’è per te il femminismo? Perché, secondo te, nel 2020, è ancora importante parlarne? Si sono fatti passi in avanti rispetto al passato?

Per me il femminismo è una pratica, è un modo di guardare il mondo che tiene conto delle differenze, presta attenzione alle discriminazioni e si chiede come fare per combattere queste ultime. Se io non fossi femminista, sarei un’altra persona. È decisamente la mia scintilla (se avete visto Soul della Disney, sapete di cosa parlo). Sicuramente si sono fatti passi avanti rispetto al passato, ad esempio in materia di leggi, ma c’è ancora questa convinzione che il femminile sia inferiore e lo vediamo ovunque: dalla donna che percepisce uno stipendio inferiore a quello del suo collega, al bambino al quale viene impedito di piangere perché “non devi fare la femminuccia!”. Questa convinzione è ancora qui, non è cambiata, ma VA cambiata.

  • Commenti spesso gli ultimi fatti di attualità che hanno a che fare con le donne e la lotta contro la violenza e la discriminazione. Credi che parlarne basti a cambiare questa cultura che ancora esiste nella società? Cos’altro si dovrebbe fare per insegnare il rispetto e la tolleranza?

Parlarne serve a generare consapevolezza ma quando un* adult* diventa consapevole, per certi versi è già tardi. Certo, si può sempre lavorare su di sé, a qualunque età, ma perché aspettare di avere 40/50/60 anni per scoprire alcune cose, quando potrebbero insegnarcele a scuola, il momento della vita in cui cambiare idea è il nostro lavoro e siamo molto più portat* a mettere in discussione ciò in cui crediamo? Serve che la scuola si renda conto che, così come va studiata la storia e la geografia, bisogna insegnare la parità.

  • In un’intervista hai dichiarato “Essere una donna vuol dire girare con un bersaglio al centro del petto e la scritta “sparate””. Quant’è difficile nel 2020 essere donna?

Molto. Se poi parli di questi argomenti è pure peggio. Se lo fai su internet, povera te. Io non conto più le minacce di stupro e di morte, sono diventate parte del mio quotidiano. E questo è molto triste perché invece ogni donna dovrebbe avere il diritto di vivere una vita serena, non di partire svantaggiata solo perché donna. Non di venire molestata solo perché donna. Non di morire per mano di un uomo solo perché donna. Una donna su 3 è stata vittima di qualche tipo di violenza nella sua vita. In Italia avviene un femminicidio ogni 3 giorni. Durante il primo lockdown le chiamate delle donne ai centri antiviolenza sono aumentate del 75%. Queste non sono lamentele, sono dati e i dati dicono che giriamo con un bersaglio al centro del petto e che a troppi uomini non viene insegnato come fare a NON sparare. 

  • Spesso le attiviste, tu compresa, ricevono critiche e sono accusate quasi di essere fanatiche ed estremiste. Ritieni che sia normale che esistano questi pareri contrari oppure sono gli accusatori a non aver compreso il reale messaggio del femminismo?

Penso che se le persone che criticano noi attivist* leggessero Valerie Solanas si metterebbero le mani nei capelli 😀 E comunque, di solito queste “critiche” arrivano da persone (uomini, soprattutto) che di femminismo non sanno nulla, però hanno capito che parlarne può dar loro visibilità. Direi che si commentano da soli.

  • In conclusione, una domanda sulla stretta attualità. Che impatto ha avuto la pandemia su tutti noi, sulle nostre fragilità, sulle convinzioni, sugli stereotipi e su ogni forma di discriminazione? Siamo migliorati o abbiamo fatto un passo indietro?

Se per quanto riguarda i dati, come dicevo prima, la pandemia non ha aiutato le donne (né nella vita privata né nel lavoro – sono infatti soprattutto le donne ad aver fatto le spese di questa pandemia a livello lavorativo), questo tempo inaspettato ha permesso a moltissime persone di avvicinarsi a questi temi. Se non ci fosse stata la pandemia non so se sarebbe nato il mio podcast Palinsesto Femminista, non so se ci sarebbe stata la Maratona Femminista e le tante idee che sono scaturite da questa. La pandemia per certi versi ci ha davvero mess* in ginocchio, è innegabile e non dirlo vorrebbe dire mancare di rispetto a tutte le persone che ora sono in seria difficoltà o che, peggio, non ci sono più. Però credo abbia creato più consapevolezza su certi temi, che come dicevo all’inizio, è la prima cosa che ci serve.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...