Cosa vuol dire fare un dottorato di ricerca: la storia di Beatrice

Il mondo della ricerca scientifica, un argomento che qua a FreedArte non avevamo ancora mai trattato. Abbiamo presentato esperienze di università, di Erasmus ma di ciò che può essere la prosecuzione dopo la laurea, cioè un dottorato di ricerca, no. Per rimediare, ecco oggi la storia di Beatrice. Una laurea in fisica, tanta curiosità e voglia di affrontare nuove sfide, e così dopo la tesi magistrale ha deciso di intraprendere questo percorso.

Buona lettura!

Dottorato di ricerca scientifica

Dottorato di ricerca: la storia di Beatrice

Al termine di cinque anni passati tra i banchi della facoltà di fisica, ho deciso di intraprendere un dottorato di ricerca perché ho sempre amato studiare e imparare cose nuove, e temuto la noia di un lavoro di routine.

In verità, spesso, durante quegli anni, mi sono sentita non all’altezza della strada della ricerca, perché incontravo continuamente persone più intelligenti, intuitive, geniali, e credevo che a me mancasse quella particolare Vocazione con la V maiuscola che mi sembrava di scorgere in loro. Più tardi, specialmente durante la stesura della tesi magistrale, ho iniziato a realizzare che di frequente chi sceglie di fare ricerca è semplicemente una persona genuinamente curiosa, che dopo aver compreso un certo argomento si fa domande del tipo “E poi?”, “E in una situazione diversa come si applica questa legge fisica?”, per poterlo comprendere ancora meglio. E in effetti, mentre lavoravo al progetto di tesi, notavo che più mi avvicinavo alla fine e più mi dispiaceva l’idea che, se avessi fatto determinate scelte, non avrei saputo come sarebbe proseguito quel progetto, quali applicazioni avrebbe potuto avere, come si sarebbe potuto migliorare ed approfondire. E così, come “la fame viene mangiando”, si può dire che la curiosità è venuta studiando, e mi ha portato ad iniziare questo strano percorso.

Cosa significa fare un dottorato? Significa presentare e portare a termine un progetto di ricerca innovativo e originale, racchiuso in una tesi che viene valutata da una commissione ad hoc alla fine del percorso, che dura dai tre ai quattro anni a seconda dall’Università. In molti Atenei, allo studente o alla studentessa dottorandi (ovvero che conseguiranno il titolo di studio di Dottore o Dottoressa in Filosofia) viene richiesto anche di seguire alcuni corsi, generalmente organizzati dalle stesse Università, per approfondire le proprie conoscenze in ambiti scelti da loro, e di superare i relativi esami.

In Italia, per fare il dottorato, bisogna superare un concorso pubblico a numero chiuso. Non è un concorso a graduatoria nazionale come l’esame di ingresso alla Facoltà di Medicina: infatti, bisogna partecipare a tanti concorsi quante sono le Università in cui ci piacerebbe entrare, e infine sceglierne una. Solitamente, sono previste una o più prove scritte e, per ultimo, un colloquio orale.

In tutte le Università c’è un numero di posti assegnati “con borsa” ed altri “senza borsa”. Per i primi, si intende posti riservati ai primi in graduatoria, per i quali sono immediatamente pronte delle borse, distribuite a cadenza mensile, messe a disposizione dall’Università o Enti associati; per i secondi, si intende posti riservati a dottorandi che, pur avendo superato il concorso, non possono essere pagati direttamente dall’Università e hanno comunque la possibilità di presentare dei progetti ad altri Enti per ricavarne dei finanziamenti.

L’anno 2020, però, per via della pandemia di Covid 19, ha riservato sorprese anche per quanto riguarda le prove di accesso ai dottorati: infatti, in molte Università, si è deciso di sostituire le prove scritte con una valutazione dei titoli o addirittura di passare direttamente al colloquio orale.

Comunque, questa procedura di accesso è valida solo in Italia, mentre in altre Università europee, almeno la maggioranza, bisogna semplicemente inviare una candidatura presentando il proprio curriculum vitae e sperare che il nostro profilo sia interessante agli occhi del particolare gruppo di ricerca al quale ci proponiamo.

Cosa fanno i dottorandi? Beh, la giornata tipo dipende strettamente dal tipo di ricerca che si svolge: se si tratta di un progetto sperimentale, si dividerà molto probabilmente tra un computer ed un laboratorio; se invece si tratta di un progetto teorico, gran parte del tempo lo si passerà davanti ad una lavagna. Possono esistere anche casi ibridi, come il mio, in cui si vive l’ebbrezza di passare il tempo sia tra le lavagne che nei laboratori! In tutti i casi, è molto importante per gli scienziati tenersi aggiornati sulle novità provenienti dalla comunità scientifica mondiale. Per questo, ci si dovrà spendere molto nella lettura di articoli, così da favorire lo sviluppo di nuove idee o da poter risolvere i propri problemi, apprendendo da quelli che qualcun altro ha già incontrato e superato.

Al momento, sempre a causa dell’emergenza mondiale, lavoriamo per lo più da casa, almeno chi non è impellentemente richiesto in laboratorio, e svolgiamo periodiche videoconferenze per aggiornarci sui risultati ottenuti. Come si intuirà, la parte migliore di un dottorato è quella che si svolge in Università, tra i propri colleghi ed amici, e speriamo tutti di poterci tornare presto a tempo pieno!

Percorrere questa strada, comunque, significa anche avere l’opportunità di passare dei mesi all’estero, frequentare conferenze in giro per il mondo e conoscere scienziati illustri. La maggior parte delle volte si presentano ad un pubblico esperto i risultati della propria ricerca, e si raccolgono in prima persona i frutti del confronto con chi si occupa di argomenti simili o anche solamente con chi si dimostra interessato.

Ho sempre pensato che questo sia il miglior panorama che si possa presentare agli occhi di una persona neolaureata che ama ciò che studia, che magari necessita di qualche tempo in più per decidere se la ricerca è ciò che fa per lei, e desidera passare questo tempo in più in mezzo a chi ha la sua stessa ambizione e curiosità.

Cosa verrà dopo? Difficile a dirsi, specialmente in un periodo come questo in cui tutto è incerto. Sono però sicura che farò il possibile per rimanere su questa strada, poiché credo che oggi più che mai sia importante lottare per sviluppare un proprio senso critico, poiché credo che ci sia bisogno di più presenze femminili nel mondo della ricerca scientifica e, infine, perché ciò che si può apprendere dalla natura non finisce mai, ed è ogni giorno più stupefacente.

Beatrice

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