Un’esperienza in India: il racconto di Giulia

Lo scambio culturale in Finlandia ha reso così entusiasta Giulia da portarla a ripetere l’esperienza, questa volta in India. Quali possono essere le impressioni di un italiano di fronte allo stile di vita e alle usanze indiani?

Ecco il racconto della sua permanenza nel Paese.

Esperienza in India

Scambio culturale in India, la storia di Giulia

Avevo iniziato il terzo anno di liceo partecipando ad uno scambio culturale con la Finlandia e speravo di poter ripetere un’esperienza simile. L’occasione si presentò prima del previsto perché, ancora una volta, la mia insegnante di chimica avanzò la proposta di uno scambio culturale con una scuola indiana. A tutti gli effetti si trattava di un esperimento, perché gli istituti non erano mai entrati in contattato prima d’ora. Gli stessi professori, che erano coinvolti nell’organizzazione, non sapevano cosa aspettarsi e sembrava un salto nel vuoto.

Nonostante questi dubbi iniziali, io ed altri intrepidi compagni decidemmo di iscriverci al programma e a febbraio partimmo per il Punjab, una regione situata a nord-ovest del Paese.

Dopo essere atterrati a Nuova Dehli ci aspettava un viaggio in pullman di 5 ore verso la città di Patiala. Non esagero se dico che è stata una doccia fredda trovarsi nel bel mezzo del caos di auto, moto, carri trainati da animali e risciò che costituiscono il traffico indiano.

Una volta arrivati a destinazione fummo accolti dalla nostre famiglie ospitanti, con le quali saremmo rimasti per i successivi 15 giorni. La ragazza che si sarebbe presa cura di me si chiamava Chia, aveva un fratello di nome Yagya, più giovane, la madre era un medico e il padre lavorava per un’industria siderurgica. Fin da subito si mostrarono molto gentili e calorosi nei miei confronti. Ebbi come la sensazione di essere una loro lontana parente, che non vedevano da tempo e con cui volevano riallacciare i rapporti. E così si comportavano anche gli sconosciuti per strada, sempre disponibili ad aiutarti quando ne avevi bisogno. Magari risultavano un po’ troppo invadenti e spesso erano incuriositi nel vedere un gruppo di stranieri così numeroso, tanto da chiederci di fare una foto!

La scuola presso cui svolgevamo le attività era simile ad un college inglese: immensa, dotata di uno stadio per il cricket (il loro sport preferito), di un muro per l’arrampicata, un poligono di tiro e di una scuderia con i cavalli. In occasione del nostro arrivo, l’istituto aveva allestito uno spettacolo di danze tradizionali e una mostra con le migliori creazioni artistiche. Insomma, il primo giorno non si era ancora concluso, che già avevano smontato gli stereotipi che noi ci eravamo immaginati.

Durante le uscite scolastiche visitammo alcuni templi induisti, sikh e gli antichi palazzi dei maharaja. Per entrare nei luoghi di culto fu necessario mettersi a piedi nudi e coprirsi il capo con un velo. Purtroppo, in alcuni casi, manca la cura e l’attenzione nel preservare i luoghi d’interesse storico, ma questo non li rendeva meno esotici e affascinati.

In quei giorni si svolsero anche le celebrazioni per la festa delle luci: la città fu riempita da lanterne multicolore, la notte per le strade sfilarono carri di cartapesta decorati con fiori e frutta e in cielo vennero lanciati dei fuochi d’artificio.

Un piccolo trauma per tutti fu il cibo: non solo era così speziato e piccante da farti bruciare la bocca, ma si mangiava con le mani ed era buona educazione accettare sempre quello che veniva offerto (anche se si era sazi!).

Fui incuriosita dalla singolare dicotomia della società indiana, la quale si divide tra una serie di usanze, inconcepibili per degli occidentali, e una sempre più marcata apertura al mondo globalizzato. Infatti una parte della popolazione vive nella povertà estrema e non è raro incontrare dei mendicanti per strada, dall’altra c’è chi conduce una vita normale e agiata. Ciò è pienamente rispecchiato dalle città, in cui le vie principali osteggiano edifici e negozi moderni, ma basta svoltare l’angolo per perdersi nei chiassosi mercati di spezie e ninnoli.

La cultura indiana è antica, complessa, a tratti incomprensibile per gli stranieri e oggi si deve adattare a nuove tendenze, finendo per creare delle discrepanze e degli ossimori. Per esempio una donna che indossa i leggings è una cosa malvista, ma è perfettamente normale portare il sari e lasciare la pancia scoperta.

È innegabile che ci sia ancora una forte disparità sociale all’interno del Paese, e che la strada per il progresso sia lunga, ma questo non significa che non possiamo imparare qualcosa anche da loro. La capacità di adattarsi ai mutamenti, la leggerezza e spontaneità con cui affrontano i problemi è invidiabile.

Quando salutai la mia famiglia ospitante ero certa che non si sarebbe trattato di un addio, infatti a distanza di anni siamo ancora in contatto e spero di poterli riabbracciare presto.

Giulia

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