Vivere nel ricordo o andare avanti? L’Elettra di Sofocle

La figura di Elettra è stata molto studiata. Lei vive nel passato, si strugge per ciò che crede di avere perso e nel frattempo non vive. Esiste, ma non vive. Conoscere la sua storia e i drammi che affiggono questo personaggio può in qualche modo aiutare anche noi nel 21esimo secolo a cercare di sconfiggere i fantasmi del passato che ci possono perseguitare.

Rimaniamo vittima di noi stessi, immobili, incapaci di vedere il nostro futuro, succubi di ciò che capita. Elettra aspetta Oreste, e solo con lui riesce a tornare alla vita. Ma se Oreste non fosse tornato? Valentino Gargano ci dà qualche spunto di riflessione.

L’Elettra di Sofocle

Micene. Oreste, figlio di Agamennone e Clitemnestra, torna dopo anni nella sua città natale. È lì che è nato; è da lì che è stato portato via, affidato da sua sorella Elettra a un uomo che vive lontano, in Focide, per salvarlo da morte sicura. Suo padre Agamennone, eroe nella spedizione di Troia, pensava di aver vinto e di poter tornare a casa trionfante, trovando la sua dimora intatta e la sua famiglia pronto a riabbracciarlo. Ma una grande colpa gravava sul suo capo, una colpa di cui Clitemnestra non poteva essersi dimenticata: per propiziare la spedizione verso Troia, molti anni prima, all’inizio della guerra, Agamennone aveva offerto sua figlia Ifigenia in sacrificio ad Artemide. Clitemnestra non aveva dimenticato, e aveva accolto suo marito al ritorno con un bagno di sangue. Ora a Micene regna Clitemnestra, la stessa che aveva pianificato di uccidere suo figlio Oreste, la stessa che teme ancora il ritorno di Oreste. Sa che è questo l’unico pericolo.

Ma Oreste, per quanto ella non possa volerlo, è tornato. Così si apre l’Elettra di Sofocle, un capolavoro della maturità del tragediografo ateniese. Accompagnato dall’amico conosciuto durante il suo esilio forzato, Pilade, e dall’uomo che lo aveva messo in salvo da bambino, Oreste ha intenzione di riprendere il controllo  del suo regno e di fare giustizia. Clitemnestra deve morire. Per fare ciò, ha un piano: diffonderà a Micene la notizia della sua morte. Potrà così comprendere chi è suo alleato e chi desidera la sua morte, rimanendo inosservato prima di compiere la sua vendetta.

Per quanto sembra che questa sia la storia di Oreste e del suo eroico destino di giustiziere, non è questo il fulcro della tragedia sofoclea. Non è nemmeno, come nelle Coefore di Agamennone, la storia di una famiglia maledetta, un ‘genos’ colpito da un’ eredità sanguinaria che trasmette i propri peccati di generazione in generazione. Non c’è esitazione nel proposito di vendetta di Oreste, e non c’è dunque neppure l’ io di Oreste sul palco. Sotto i riflettori ateniesi, invece, rimane costante un solo personaggio: Elettra, sorella di Oreste, figlia di Clitemnestra e Agamennone.

Ciò che è interessante di Elettra e, in un certo senso, strano, è che non fa niente. Nel corso della tragedia Elettra assume sulle sue spalle l’intero centro della tragedia, e non fa nulla. Non è come Edipo, che cerca disperatamente di fare luce sulla peste di Tebe e sulle proprie origini. Non è come la Medea di Euripide, tutta intenta, nella sua mania, a vendicare l’oltraggio arrecatole da Giasone. Elettra in questa tragedia piange, si dispera, mostra il suo dolore, il suo lutto, e il suo rancore. E lei stessa ne è consapevole: il lutto che continua a portare dalla morte di suo padre non è naturale. Non si addice a una donna sana, dice il coro, e neppure il disperarsi così intensamente. Agamennone è morto, è vero, e il dolore è comprensibile. Ma non si può rimanere bloccati nel passato e dimenticare di vivere.

Dall’inizio alla fine della tragedia ad Elettra questo viene continuamente ricordato, è continuamente ammonita. Clitemnestra arriva persino a minacciarla di rinchiuderla per sempre, di metterla sotto chiave, lontano, così che nessuno possa sorbirsi ancora i suoi lamenti. È ciò che spetta a chi vuole vivere da sola e non vedere la luce nella propria esistenza: l’isolamento nell’ oscurità. Elettra, insomma, rischia di fare la fine di Antigone. Elettra stessa lo ammette: il suo comportamento è folle. Lei sa di non star vivendo, ma non vuole nemmeno vivere. Sua madre è la sua nemesi. Le sorelle non comprendono il suo dolore perpetuo. Non ha figli. Non ha marito. Il suo stesso nome, Elettra, significa ‘non sposata’. Non c’è nessuno che le voglia bene, nessuno che la possa proteggere, e lei stessa non vuole nessuno. La sua non è vita: è rimpianto, rancore, è vivere nel passato. Ma d’altra parte, dice lei stessa, non ha nessun presente e nessun futuro in cui poter vivere.  om’è possibile andare avanti quando c’è ancora qualcosa nel proprio passato che ci tormenta, e che rimane irrisolto?

“Sono stata costretta da terribili circostanze a fare cose terribili, lo so bene. Non sono ignara della mia follia. Ma anche in queste terribili circostanze non darò un freno ai miei lamenti disperati , finché vivo. Chi, amici, quale persona sana potrebbe aspettarsi che io ascolti parole di consolazione? Lasciatemi, voi che mi consolate, lasciatemi!” (vv. 221-229)

Il suo ‘io’ è rimasto fermo, bloccato nel passato, nel momento in cui suo padre è morto. Il primo periodo dopo la morte di un caro, in tutte le società umane di tutti i tempi, sostengono  gli antropologi Hertz e van Gennep, consiste infatti in una fase di non-vita. Ci si sente partecipi, irrazionalmente, dello stato di morte di chi ci è stato accanto. Ancora legati al defunto, tentiamo di essere quello che loro sono diventati. Tentiamo, irrazionalmente, di condividere un ultimo momento al loro fianco. Questo status di morte per metà implica, per chi lo vive, un ritiro completo da ogni attività che rende la nostra vita, appunto, vita. La gioia, la festa, persino il cibo, talora, e chiaramente ogni rapporto sociale. Ma, sostengono gli antropologi del ventesimo secolo, è naturale che questa fase di  blocco, di discesa parziale nell’oltretomba, di catabasi, finisca: la sua fine implica il reinserimento all’interno della società e della vita, più in generale.  Ma Elettra non può ritornare a vivere: non c’è nessuna società in cui farlo per lei. La vita prima del lutto non può essere ripristinata da nulla. Se non da una cosa.

Durante la tragedia Elettra vive solo per pochi, fugaci momenti nel presente e nel futuro: sono i momenti in cui spera che Oreste torni. Solo Oreste può portarla indietro dal suo status di morte, poiché solo Oreste può creare di nuovo delle condizioni sociali adatte a lei per vivere. È l’unico che può liberarla dalla sua reclusione sociale, poiché è l’unico che è capace di stare al suo fianco. Alla notizia che Oreste è morto, Clitemnestra esulta, ma Elettra è distrutta. Dichiara che è definitivamente morta, una morta che vive, ma che non ha nulla di vivo dentro di sé. Per fortuna la notizia è falsa, e la tragedia finisce con un lieto fine per Elettra: Oreste si rivela a lei in una scena di grande pathos e uccide Clitemnestra. Ma qual è, dunque, il fulcro della tragedia di Sofocle?

 Il centro tragico dell’ Elettra sofoclea è quello che risiede nell’immobilità umana di Elettra. Questa volta Sofocle non parla dell’immobilità come nell’Edipo, non tratta della sostanziale incapacità dell’uomo di cambiare il proprio passato e di controllare il proprio futuro. Elettra, invece, dimostra che è possibile rimanere fermi all’interno del proprio passato, è possibile non andare avanti, vivere nel ricordo. Elettra esiste, eppure non vive. Ci sono ferite troppo profonde, nella vita di Elettra così come nella vita di ogni uomo e donna del ventunesimo secolo, che sembrano rendere la nostra vita impossibile da vivere. Esistiamo, ma non viviamo. Rimaniamo vittima di noi stessi, immobili, incapaci di vedere il nostro futuro, succubi di ciò che capita. Elettra aspetta Oreste, e solo con lui riesce a tornare alla vita. Ma se Oreste non fosse tornato?

di Valentino Gargano

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