Di comunità in comunità: i ricordi di Anxhela

Anxhela (Angela) B. è una ragazza che all’età di 17 anni decide di lasciare il suo paese d’origine, l’Albania, in auto e con altri compagni più o meno della sua stessa età, per raggiungere l’Italia. La scelta di Anxhela non è fatta a cuor leggero: alle sue spalle ha una storia difficile e una grande voglia di stravolgere in meglio la sua vita.

Arrivata al confine con l’Italia, essendo una minorenne senza alcun tutore, viene fermata dalle forze dell’ordine e inizia così il suo percorso come M. S. N. A. e cioè “Minore Straniero Non Accompagnato“. Passerà poi in varie comunità che con l’aiuto di educatori e psicologi proveranno ad aiutarla a tracciare il suo personale percorso di vita.

Le abbiamo chiesto di provare a rivivere, a parole sue, quei giorni e i suoi sentimenti al riguardo. Ci sono alcuni punti dove Anxhela non trova le parole e spero non ce ne vogliate per questo. Leggete questo articolo come una sorta di diario frammentato, dove trovare le parole spesso non è possibile.

La storia di Anxhela

Ero stata classificata come Minore Straniero Non Accompagnato, un termine ansioso quanto protettivo. Provavo ansia perché mi trovavo, sola, in un paese sconosciuto. Avevo paura, ma allo stesso tempo mi sentivo protetta, soprattutto dopo essere stata accolta dai servizi sociali. Tuttavia, c’è da dire che questa protezione, a volte, va in base alle simpatie e non alle reali e contingenti esigenze.

Sono arrivata in Italia all’età di 17 anni, per diversi motivi. La scelta di lasciare il mio paese natale, l’Albania, non è stata facile; anzi credo sia stata una delle scelta più faticose che ho preso nella mia vita.

Ricordo ancora, nonostante siano passati ormai diversi anni, il volto della donna che mi ha consegnata alla polizia. Ricordo, ancora, i volti dei poliziotti che mi guardavano e facevano delle domande alle quali non sapevo rispondere, non perché non volessi parlare con loro, ma perché non capivo un’accipicchia di italiano. Mi sembravo tutto così strano… l’unica cosa che sapevo dire in italiano era “CIAO COME STAI, IO BENE E TU?”. Insomma, le cose base che ti insegnano a scuola nel mio paese, diciamo che avevo studiato, per modo di dire, la lingua italiana.

Trascorsi un giorno e una notte nella caserma di “F.F” di Milano. La notte fu (qui Anxhela non continua).

Essere un M.S.N.A vuol dire essere preso in cura dai servizi sociali e quindi dallo stato italiano, che ti accompagno fino al compimento dei 18 anni o, in alcuni casi, ai 21 sotto stesura del cosiddetto Progetto Amministrativo.
Ad accompagnati in questo percorso ci sono gli educatori della comunità per minori, a cui l’assistente, con l’approvazione del giudice minore, ti affida.

Una volta affidato alla comunità, il passo successivo è quello di farti conoscere, raccontare una parte di te. Nessuno ti obbliga a raccontare la tua storia, ma ciò nonostante ti senti praticamente obbligato a farlo.

Durante la permanenza in comunità ti senti privato della tua libertà in quanto non sei più te a “decidere” della tua vita, ma sono gli altri.

Spesso questo modo di agire fa sì che chi non riesce a seguire le regole pensi subito alla fuga dalla comunità. Le comunità per minori tendono, per legge, a controllare ogni tuo movimento, come sopra indicato questo atteggiamento non è sempre produttivo come si pensa.

Nel mio caso, data la mia massima disponibilità a collaborare con gli servizi sociali, il percorso, seppur con alti e basi, è stato positivo. Ti viene affidato una psicologa la quale ti aiuta a superare momenti difficili e soprattutto ti aiuta a organizzare meglio il tuo futuro.

Ogni percorso dipende dalla persona e da come quella persona lo vive.

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