“Viaggiare a piedi scalzi”: il blog dei viaggi di Barbara

Barbara, classe 1986, ha una formazione da assistente ed educatrice sociale e – si legge nel suo blog – ha deciso di cambiare Vita per crearsi un contesto in cui vedere, e sentire, i suoi valori realmente rispettati. Ama viaggiare e gestisce il blog “Viaggiare a piedi scalzi” in cui racconta le sue esperienze dal punto di vista emotivo. Uno degli ultimi viaggi, quello a Lampedusa, a contatto con i migranti.

Cosa significa viaggiare e quanto può insegnarci? Ce lo racconta in questa intervista!

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E SE HO PAURA? ALLORA FALLO CON LA PAURA. (cit @laramissaglia ) . . . Ieri mattina mi son svegliata con un groppo in gola. Penso di esserci nata con la paura dei cambiamenti: acchiappataal volo da un taglio cesareo d'urgenza una mattina di dicembre di quasi 34 anni fa. Negli ultimi cinque anni e mezzo ho più volte lanciato il cuore fuori dai confini conosciuti, a dismisura, a volte così lontano da dover correre senza fiato per andarmelo a riprendere. Ogni volta, però, ho sperimentato che la grande bellezza sta proprio al di là di quella staccionata. Quante cose ho fatto che mi spaventavano? Non importa. Ogni volta una nuova partenza mi fa paura. Questa sensazione di non essere (mai) abbastanza. Ieri temevo i kilometri da fare con Romeo, temevo che potesse avere (altri) problemi meccanici, il caldo, la strada, il nuovo, i camion. Un bel gomitolo attorcigiliato alla bocca del mio stomaco. Però c'è una cosa che ho imparato a fare in questi ultimi folli anni prima di una partenza che mi agita: respirare. "Torna al corpo Ascolta Respira" E immaginare piani B, C e D. Nessuna strada é la unica e sola. E allora ci sono partita insieme a questa paura, maledetta benedetta paura. Che basta iniziare piano piano che poi si rilassa e, anche lei, soprattutto lei, si gode il viaggio da divertita passeggera. Ancora. Una. Volta. "Y si tiengo miedo? Hazlo con miedo." Allah benedica le amiche che, da anni, ti scrivono cose così. Ogni volta. Che. Ne hai bisogno. E voi, che rapporto avete con la paura? Tre piccoli indizi per indovinare la nostra meta: 🍇🇨🇵👩🏽‍🌾 In palio, un bacio ed un giro su Romeo! 🐒 On the road again 2020 #viaggiareapiediscalzi #vanlifeconlapuara #vanlifestopazzo #paura #solotraveler #romeomaschioalpha #romeo #vanlife

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Viaggiare a piedi scalzi: chi è Barbara

– Parlaci di te. Chi sei e cosa fai nella vita?

Mi chiamo Barbara, ho 33 anni, sono nata a Bologna sotto il segno del Sagittario e mi piace definirmi una “donna in cammino”. Ho una formazione ed un’esperienza decennale come operatrice sociale ma da due anni e mezzo,  vivo facendo, solo ciò che rispetta e rispecchia profondamente il mio autentico sentire: viaggio, scrivo, lavoro in agricoltura, mi dedico al mio progetto di cucito e principalmente vivo.

Cosa significa e quant’è importante per te viaggiare?

Viaggiare per me è uno strumento di evoluzione personale, mi fa crescere, scoprire nuovi aspetti di me, diventare più capace di adattarmi ai cambiamenti e ai diversi contesti, mi apre il cuore, la mente, in particolare se in solitaria mi permette di diventare la versione migliore di me, giorno dopo giorno. Pur essendo fondamentale, non è assolutamente l’unica cosa che mi fa stare bene: stare a contatto con la Natura, danzare, cucire, leggere, cucinare, praticare yoga, la compagnia degli altri e della mia famiglia sono strade altrettanto importanti. Per me il viaggio non è una fuga dai problemi nè uno “staccarsi” dalla vita quotidiana, ma una strada per approfondire alcune tematiche o sciogliere alcuni nodi, per conoscere ed incontrare altre culture (e così altre parti di me) e per questo richiede molta cura, consapevolezza, ritmi lenti e semplicità.

– Perché il nome “Viaggiare a piedi scalzi”? Di cosa parla il tuo blog?

I piedi scalzi sono a contatto con la terra e metafora dell’incontro con la popolazione locale. Credo fermamente che i viaggi li facciano le persone: in particolare l’incontro tra quelle che partono con i loro bagagli e quelle che “ricevono”. In molte case del mondo, le scarpe si levano per entrare e questo per me è un modo per prendersi cura e porre attenzione.
Quando viaggio, voglio essere “scalza” cioè il più delicata possibile, rispettosa delle usanze locali ma anche capace di lasciarmi toccare, contagiare, forgiare, profumare dal luogo che mi accoglie. Il blog è un diario che seguo con incostanza (purtroppo) e passione, parla dei miei viaggi non tanto da un punto di vista tecnico ma emotivo. Scrivo di come li ho vissuti e cosa mi hanno lasciato quando ho il tempo e l’ispirazione.
C’è una sezione particolare dedicata al Marocco e al viaggio senza soldi del 2019, che sono due argomenti molto caldi per me.

– Parlaci del progetto “Amelia pensa con le mani”. Com’è nato e perché?

Ho iniziato a cucire diversi anni fa perché per vestirmi non volevo più finanziare aziende che producono sfruttando la manodopera a basso costo ed ignorando le conseguenze del loro gravoso impatto ambientale. Sono sempre stata attratta dalle stoffe e dalla possibilità di creare qualcosa di unico e personalizzato, fintanto che un giorno un amico mi chiese di accompagnarlo ad una lezione di cucito. Mi innamorai fissando l’ago muoversi con delicata regolarità. Da quel momento, ho trascorso molte ore e molte notti a cucire ri-scoprendo un sentire antico, un sapere antecedente: Amelia è infatti la mia bisnonna materna, sarta, esattamente come Maria, la mia nonna. “Pensare con le mani” è la traduzione letterale del processo che, spesso, mi porta a realizzare cose senza pensare con la mente, ma lasciando danzare le mani.ll progetto sartoriale è dedicato alle donne, alla conoscenza e all’amore nei confronti del nostro corpo e del nostro ciclo mestruale. Le sue fasi, le sue caratteristiche, spesso ignorate o messe a tacere, prendono spazio, tramite la stoffa, e diventano dunque terreno di ascolto e ispirazione. L’obiettivo è creare capi di abbigliamento unici, sostenibili (utilizzando solo scampoli) che aiutino le donne a ri-conoscere il proprio corpo, amandolo, rispettandolo ed esprimendo il proprio sentire.

– Quali sono i viaggi che ti hanno segnato maggiormente, come li hai affrontati e con quale scopo?

Credo che negli ultimi cinque anni, ogni viaggio abbia rappresentato un aspetto importante della mia vita o un nodo da sciogliere. Ho sempre seguito l’istinto e il richiamo di alcune terre, seppur con una predilezione per il bacino del Mediterraneo.Ci sono però due esperienze “capisaldo”. La prima, nel 2015, quando, dopo un grande cambiamento di vita, sono partita per il mio primo lungo viaggio in solitaria: da Bologna a Genova fino ad Algeciras (spagna) seguendo la costa, ho raggiunto il Marocco in nave per poi volare a Nairobi. Sono partita piena zeppa di paura, curiosità e ancora paura, è stata la mia prima ri-nascita: 100 (e più) giorni a contatto, prima di tutto, con la nuova me. Sicuramente è stato uno dei viaggi più importanti della mia vita che ha rappresentato il primo spartiacque importante.
Il secondo viaggio fondamentale, poi, è stata la realizzazione di un sogno tenuto nel cassetto per ben tre anni: da Livergnano (BO) a Lampedusa senza soldi andando alla ricerca di forme di vita comunitaria, storie di cambiamento e ispirazione, finanziando Mediterranea Saving Humans. L’ho fatto principalmente perché sapevo che il viaggio mi avrebbe ri-connessa alla capacità creativa che avevo perso…e ho trovato, invece molto, molto di più. Da quel marzo 2019 la mia vita è cambiata e io sono sbocciata, questa volta, in modo definitivo ed “irreparabile”.
Su questa esperienza, una videomaker ha realizzato un docu-film “C’è un’Italia Bellissima” che presenta alcune realtà virtuose incontrate e a novembre uscirà il mio primo libro edito da Alpine Studio Editore.

Hai intrapreso un viaggio da sola da Bologna a Lampedusa. Cosa rappresentava (e rappresenta) per te quell’isola?

Lampedusa è il luogo in cui le contraddizioni del nostro secolo emergono in tutta la loro evidente violenza. Un minuscolo scoglio, un incantevole scoglio nel bel mezzo del Mediterraneo in cui tutto è estremo: la bellezza del territorio e le atroci morti nelle sue acque. Ho atteso anni prima di volare a Lampedusa, nel 2017 e poi nel 2018, e lasciarci un pezzo di cuore. Socialmente è un simbolo, una terra mitizzata e dimenticata, un nome sentito in tutto il mondo da anni ma raramente davvero conosciuto per quello che è. Lampedusa è l’ultimo pezzo di Europa o il primo a seconda da dove la si guarda. Per me, adesso, è casa. Una casa piccola, capace di accoglierti per come può, in grado di ribaltare tutte le carte ogni volta, un luogo forte, faticoso e impegnativo, ma casa. A suo modo, casa.

– Cos’hai visto e fatto a Lampedusa?

Sono stata sull’isola diverse volte. Prima per viaggio di scoperta da sola, poi per il #travel4mediterranea ed infine accompagnando un gruppo di ragazzi disabili con l’ass. Libertà era Restare di Bologna. Lampedusa è un territorio piccolo e ricco che può essere visitato in modi molto differenti a seconda dell’occhio che guarda: per me Lampedusa è un mix delicato e atroce di bellezza e tragedia. I miei luoghi del cuore sono, senza dubbio: Collettivo Askavusa e porto M, l’Archivio Storico in viale Roma, la spiaggia di Mare Morto e di cala Pulcino, il bar dell’Amicizia in centro e le strade meno frequentate: in particolare, quella adiacente all’aeroporto e la via Panoramica da attraversare possibilmente in motorino con il vento caldo in faccia. Ne ho scritto diverse volte per il blog e per Viaggio da sola perché.

– Consiglieresti a un ragazzo di fare un’esperienza simile alla tua?

Consiglierei di fare ciò che sente autentico, più che altro. Soffierei sulle braci dei suoi sogni e della sua missione personale. Ogni percorso è differente e ogni persona ha i suoi sogni: il mio suggerimento è di non lasciarli seccare nei cassetti. Contengono preziose sorprese e conducono a inaspettate evoluzioni. L’insegnamento dei miei ultimi anni non è tanto un invito al viaggio “fuori”, quanto “dentro”: all’ascolto profondo di sé stessi, con cura ed amore.

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