Fare uno stage in Italia: alcune esperienze

“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul… tirocinio”.

Sì, perché moltissime sono le storie di ragazzi e ragazze che all’alba dei 27, 28, ma anche 30 anni hanno accumulato tirocini e brevissime esperienze di stage senza mai essere davvero assunti. Ma lo stage è davvero formativo in Italia? Serve a fare pratica nel settore desiderato o è considerato solo manovalanza sottopagata? Ecco alcune esperienze.

Fare uno stage in Italia

Camilla, 20 anni

Ho svolto uno stage curriculare come assistente sociale della durata di un mese e non è stata una esperienza molto positiva. Questo stage essendo il primo del percorso universitario era dedicato più che altro all’osservazione del contesto lavorativo, in particolare assistevo a riunioni con altri professionisti e a colloqui con l’utenza. Ho trovato questo stage piuttosto inutile, non per la sua natura passiva, ma per la poca importanza che si dedica alla scelta del tutor formativo. Infatti nel mio caso ho trovato un tutor poco aperto ad altri punti di vista, senza senso critico e che non lasciava spazio al proprio pensiero come se il suo compito fosse modellare lo stagista a sua immagine e somiglianza. Questo ha reso lo stage piuttosto statico e noioso perché tanto non c’era nessun aspetto su cui poter ragionare. Dal mio punto di vista un tutor dovrebbe invece essere scelto da chi di competenza con un certo criterio in quanto dovrebbe accompagnare uno stagista in un percorso professionale e lasciare emergere i propri punti di forza e di debolezza senza tarpare le ali. Anche se non sembra, il primo stage è il punto di partenza per la formazione di una propria identità professionale.

Elena, 25 anni

Dopo ben due attività di tirocinio credo di potermi considerare una “stagista con esperienza”: ho vissuto la prima in una realtà giovane e dinamica con la spensieratezza ed una sana dose di ingenuità tipica di una ventenne abituata a studiare sui libri di scuola: al termine dello stage non avevo acquisito nuove conoscenze, ma sicuramente una nuova prospettiva sul mondo artistico e museale. La seconda attività di tirocinio, invece, è stata per me un punto di svolta, uno dei famosi treni che passa una volta nella vita e cambia i tuoi piani: ho sin da subito collaborato con professionisti che mi hanno insegnato a direzionare le mie conoscenze nelle attività lavorativa di ogni giorno e ho capito che l’esperienza è tanto importante quanto lo studio. Grazie alla passione personale e allo spirito d’iniziativa quel tirocinio si è trasformato poi in un vero e proprio rapporto collaborativo che dura da un anno e che, ogni giorno, mi permette di fare ciò che mi appassiona e di conoscere tanti aspetti diversi e unici del mondo dell’arte. 
Per questo, pur essendo consapevole che, purtroppo, il tirocinio spesso può risolversi in un alienante e ripetitivo lavoro di ufficio, consiglierei, a chi intraprende questa esperienza, di mettersi alla prova, di testare le proprie capacità organizzative e relazionali e soprattutto di mostrare sempre entusiasmo proponendosi per attività che vadano anche al di fuori delle mansioni stabilite, potrebbe essere il giusto mezzo per farsi conoscere e apprezzare.

Marianna, 25 anni

Ho fatto un’esperienza di stage in un museo durante il mio secondo anno della laurea triennale.
Complessivamente, la mia esperienza é stata positiva, poiché il museo era (ed é) una realtà molto attiva nella città, che coinvolge scuole diverse e persone di tutte le età. Tuttavia, mi sono ritrovata a svolgere anche mansioni incredibilmente noiose e meccaniche (per esempio dover copiare e incollare moltissimi indirizzi mail e numeri telefonici al computer) e occupazioni decisamente troppo fisicamente pesanti per me (per esempio, dovevo portare una sottospecie di muletto carico di riviste in giro per il museo, tra scalini e muretti; vi assicuro che é molto pesante). Ci sono stati dei compiti, insomma, che mi venivano affidati solo ed esclusivamente perché, essendo studentessa/stagista non retribuita e ultima arrivata, ero vista come pura e mera manovalanza.
Lo stage é stato lungo e impegnativo, il mio come quello di tanti altri in posti diversi. Trovo assurdo che in Italia il lavoro di noi giovani studenti (perché io, in quel museo, ho lavorato) non venga rispettato (in primis) e giustamente retribuito. A volte provo vergogna per il mio paese e il modo in cui viene affrontato lo stage/tirocinio in Italia é uno dei motivi che più me ne fa vergognare. Vengo da una famiglia che mi ha insegnato tante cose, tra cui: il lavoro é sacro e va rispettato, ma la nostra società non fa altro che sfruttare e demoralizzare (lavorativamente parlando) i giovani, universitari e non.

Matteo, 24 anni

Ho 24 anni e ho già fatto molti stage. Non sono mai stato mesi a casa a non fare niente, anche se magari avrei potuto riposarmi o godermi l’estate. Non l’ho fatto perché sono una persona che si dà da fare, sempre, anche durante gli studi, perché se posso sfruttare il tempo per me stesso e per mettermi alla prova nelle mie capacità sono orgoglioso di farlo. Sono soddisfatto? Diciamo in parte di sì. Ho avuto la fortuna di imparare molto in alcune esperienze, ho sempre lavorato nel campo della comunicazione e intendo trovare un lavoro fisso in questo ambito. Da una parte, grazie ai miei stage, ho un CV abbastanza ricco e mi auguro di avere maggiore possibilità di essere assunto appena mi sarò laureato, dall’altra penso però a quanto poco siano tenuti in considerazione gli stagisti.
Ai colloqui ti presentano la loro azienda come una grande realtà affermata, ti dicono tutto quello che farai e che potrai imparare grazie a loro e poi ti illudono pure dicendo “eh perché poi una volta finito lo stage vediamo, alcuni stagisti sono stati assunti”. E lì credi che magari possa capitare anche a te, invece una volta finito, arrivederci e grazie. Durante i mesi di lavoro facevo le stesse identiche attività dei miei colleghi assunti, ma completamente gratis, a volte anche con straordinari. Penso di essere stato capace, a volte mi facevano anche dei complimenti. Ma il pensiero di essere solo una comoda manovalanza gratuita a volte mi è venuto. Facevo quello che serviva a loro, e anche bene, ma di fatto non mi hanno tenuto. A questo punto, che sia stato io o un altro, cosa sarebbe cambiato per loro? Non credevano abbastanza in me o semplicemente fa più comodo assumere un altro stagista per non pagarlo?

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