Tra nuoto e arte: intervista a Lorenzo Zazzeri

Lorenzo Zazzeri è definito l’“artista delle piscine“. Perché? Perché è un nuotatore professionista e nel frattempo si diletta nel mondo dell’arte arrivando ad esporre nel 2017 alla Biennale Internazionale dell’Arte Contemporanea di Firenze. Eclettico, determinato e creativo, riesce a conciliare le sue due passioni spesso disegnando soggetti del mondo dello sport. E, tra i progetti per il futuro…le Olimpiadi!

Ecco la nostra intervista!

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Intervista a Lorenzo Zazzeri

  • Ciao Lorenzo! Parlaci di te: chi sei e come ti descriveresti in tre aggettivi.

Il mio nome è Lorenzo Zazzeri. Sono classe ’94 e ho appena compiuto 26 anni ad agosto. Mi definisco un ragazzo semplice, con due grandi passioni: il nuoto e l’Arte. Descrivermi in tre aggettivi? Testardo, estroverso e creativo. Ho sempre dimostrato fin da piccolo una grande inclinazione per l’arte e per il disegno. Per questo motivo la scelta di intraprendere il Liceo Artistico è stata scontata. Parallelamente, ho portato avanti la mia grande passione per il nuoto, poi, piano piano, con non poche difficoltà, sono riuscito ad emergere anche in campo natatorio: sono riuscito ad entrare in Nazionale e ancora oggi sono un nuotatore professionista. Oltre a nuotare e a frequentare la facoltà di Scienze Motorie, sto portando avanti anche la mia passione per l’arte, che per me è una vera e propria pulsione, della quale non riesco a fare a meno.

Ho aperto la mia pagina Instagram “Zazzart” nel 2016, sotto consiglio dei miei amici, perché vedevano (e me ne rendevo conto anche io) che stavo migliorando sempre di più nel disegno. La pagina sta andando molto bene e si sta tramutando piano piano in un secondo lavoro oltre al nuoto (che rimane la mia attività principale) anche grazie a mostre, esposizioni, commissioni e tutto il resto.

Ovviamente dedicando ogni giorno 5/6 ore al nuoto, quello che riesco a fare nell’arte è al momento molto limitato: non posso occuparmene al 100% come fanno molti artisti più grandi di me. Questo da una parte però, mi da fiducia perché penso che quando terminerò la mia carriera da nuotatore riuscirò a dedicarci più tempo e ad approfondire più opere, essere più presente sui social e fare più esposizioni. I contatti non mi mancano perché ho la fortuna di conoscere, anche grazie al nuoto, persone come Filippo Magnini e Federica Pellegrini, che sono miei compagni di Nazionale. 

Al momento, però, sono così pieno di impegni tra università e nuoto che preferisco concentrarmi sulle mie piccole cose, sempre costruendo le mie basi per il futuro. Non ti nego che mi piacerebbe un domani vivere di arte o comunque lavorare nel campo artistico. 

  • Com’è nata la passione per il nuoto e per l’arte?

Ho sempre dimostrato una propensione artistica e i miei esordi sono stati ricopiando i personaggi delle videocassette della Disney. Ricordo che alle Scuole Elementari e alle Scuole Medie i miei compagni di classe venivano tutti intorno a me a ricreazione per vedermi ricopiare Lilo & Stitch, Atlantis, Dragon Ball e i Pokémon. I miei genitori mi hanno sempre supportato in questo e sono fieri del mio lato artistico: quando ho detto loro che avrei voluto fare il Liceo Artistico infatti, mi hanno subito appoggiato. 

La passione per il nuoto invece è nata sin da quando ero molto piccolo: mia madre insegnava nuoto e con lei ho fatto i primi corsi di acquaticità a cinque o sei mesi. Mi piaceva anche il calcio, ero pure bravo, ma ero contento anche solamente a tirare calci ad un pallone in giardino con gli amici di classe. Ho fatto un anno di atletica ma non mi è piaciuto per niente e quindi sono tornato subito a nuotare. 

Sin da piccolo si vedeva che nuotavo bene e che avevo prospettiva: ero alto, magro e ancora tutto da strutturare, con mani e piedi grandi e le braccia lunghe. Con pazienza, costanza e dedizione, sono arrivato a vincere i Campionati Italiani Giovanili, poi sono arrivate le vittorie ai Campionati Italiani Assoluti, la Nazionale Assoluta e così via. 

Essendo un ragazzo ambizioso ed esigente, ho sempre preteso molto da me e ho sempre avuto una “vocina” interiore che mi diceva che ce l’avrei potuta fare. Per adesso questa “vocina” ha avuto ragione e quando sono iniziati ad arrivare i risultati veramente importanti il nuoto è diventata la mia prima attività, fino a che non sono riuscito ad entrare in un gruppo sportivo militare e in Nazionale. Quest’anno l’obiettivo erano le Olimpiadi, ma ahimè sono state rimandate. Ci riproveremo il prossimo anno. 

La mia grande fortuna sono i miei genitori che mi dicono sempre: “quando non hai più voglia o non ti piace per noi puoi anche buttare il borsone”. Ovviamente sono loro i primi a non volerlo, però non mi hanno mai creato pressioni. Spesso io e i miei due amici e coinquilini, che sono in Nazionale con me, veniamo chiamati dalle scuole in occasione delle assemblee studentesche per parlare di come conciliare studio, sport o altre passioni, e la prima cosa che diciamo è che la famiglia ha un ruolo cruciale.

  • Pensi che ci siano molte differenze tra le due tue passioni, nuoto e Arte? 

Ci sono di certo delle differenze, ma anche molte affinità. Lo sport richiede sicuramente una maggiore prestanza fisica: una potenza e fatica che nell’arte ci possono essere, ma che non sono principali. Di fisico nell’arte ritengo ci sia il contatto che il pittore ha con la tela e con il pennello. L’arte è più un discorso intellettuale, astratto. 

Riguardo alle affinità, invece, ritengo che nuotare sia già un’arte perché c’è tutto un discorso di tecnica che va affinata, soprattutto ad alto livello. Io sono un velocista e la velocità nell’acqua è una combinazione di potenza e tecnica, che bisogna riuscire ad affinare in modo maniacale, un po’ quello che faccio nell’arte. Un’altra affinità può essere la pazienza perché nel nuoto prima di costruire una prestazione ci si allena anni e così avviene nell’Iperrealismo, dove per realizzare un’opera dettagliata e fatta bene ci vuole molta pazienza. 

Queste sono le affinità che mi vengono in mente. Spesso mi rendo conto che le impostazioni mentali che ho in acqua e che metto negli allenamenti sono simili a quello che faccio nel disegno: pazienza, costanza e cura nei dettagli.

  • Dalle tue opere emerge che sei un artista molto eclettico, sia dal punto di vista stilistico che tecnico. Questo perché sei ancora alla ricerca della tua strada personale o perché semplicemente ti piace sperimentare? 

Sono vere entrambe le cose, forse più la seconda. Questo perchè sono giovane e quindi, sicuramente piano piano troverò quello che mi piace più fare, però sono comunque convinto che non ci dovrebbe essere per un artista la tendenza a catalogare la sua regola e il suo stile. A me piace esprimermi in molti modi: Astrattismo, Cubismo, Iperrealismo. 

Quello che ho notato io, studiando la Storia dell’arte, è che un artista viene ricordato per qualche idea geniale e opera di spicco. Andando però ad approfondire tutte le opere minori della sua carriera artistica, si scoprono opere che non hanno nulla a che fare con quello per cui sono conosciuti. Anche lo stesso De Kooning all’inizio era figurativo, poi è passato all’astratto. Sono giovane e quindi dovrò migliorare molto, approfondire diverse tematiche, ma penso che non mi definirò mai in uno stile preciso e in una tecnica particolare. Sono tante cose e penso che l’eclettismo sia un valore aggiunto al giorno d’oggi.

  • Ci sono dei soggetti che prediligi raffigurare nelle tue opere?

Il soggetto che più mi piace raffigurare è la figura umana, questo penso si veda subito. Quando disegno mi sembra di conoscere meglio quella persona, soprattutto con la tecnica dell’Iperrealismo, scavando nei dettagli. Ad esempio, quando ho realizzato il disegno di Kobe Bryant e le sue gocce di sudore è stato proprio un momento intimo da atleta ad atleta con tutto il nostro sudore, i nostri sacrifici e le nostre paure. 

Mi piace scavare nei dettagli per andare anche oltre il visibile: solitamente, quando si guarda un quadro, ci si sofferma sui i minimi particolari, cosa che nella vita normale non si fa. È un po’ come aprire una finestra sui dettagli del mondo che ci circonda: è un invito a scavare nella realtà.

Prediligo molte tecniche e molti stili. Mi piace l’Iperrealismo quando sono in un momento di riflessione e voglio scavare nel vissuto di quella persona. Infatti, anche prima di disegnarla mi informo sulla sua vita per comprenderla e disegnarla meglio. Non sono disinteressato nei confronti di quello che faccio. Nei momenti un po’ più allegri invece mi piace sperimentare con il colore, realizzare dei volti, rapide scene di vita quotidiana. Ho la fortuna di vivere in centro a Firenze, quindi sono circondato da opere d’arte, monumenti e persone.

Della figura umana sono affascinato in particolare dallo sguardo, dagli occhi e dalle storie che portano con sé. 

  • Adesso ti pongo una domanda per la quale non esiste una risposta universale: cos’è per te l’arte?

È una domanda difficile. È davvero difficile ingabbiare una parola così grossa e incastonarla in poche parole. Sicuramente l’Arte è condivisione, qualcosa che deve essere condivisa con la gente. L’Arte però è anche intimità perché è anche un modo per staccare dallo stress e dalle tensioni dello sport. È una visione personale della realtà: l’Arte arriva dove le parole non riescono ad arrivare. Non c’è bisogno di stare a parlare tanto, ti comunica subito qualcosa. 

Per me l’Arte è anche una ricerca dentro di me, nelle profondità di me stesso, nelle mie paure, convinzioni, consapevolezze e pensieri. L’arte sicuramente suscita emozione, non deve per forza contenere un messaggio, anche se non deve mai dissociarsi dalla realtà; infatti, mi piace molto realizzare opere critiche nei confronti della società o connesse al nostro mondo.

  • Tra i tuoi grandi successi c’è anche l’esposizione alla Biennale Internazionale dell’Arte Contemporanea di Firenze nel 2017 con l’opera intitolata “Bon appètit”, che affronta un tema molto delicato per la nostra società. Cos’ha significato per te esporre alla Biennale?

È stato sicuramente un momento molto bello. Per me è stato semplicemente un punto di partenza perché è stata la prima grande partecipazione o mostra che sono riuscito a fare. Avevo 23 anni ed ero l’artista italiano più giovane. Sono stato ammesso con quest’opera “Bon appètit” che denunciava il problema dell’inquinamento, della plastica, stimolando al riciclaggio. 

Essendo un nuotatore e passando molto tempo in acqua, mi sono sempre informato sulle problematiche degli oceani e delle isole di plastica. L’idea mi è venuta durante un allenamento: mentre nuotavo mi è venuta in mente questa immagine di questo bambino molto giovane a cui veniva a forza infilata questa bottiglia di plastica in bocca.

L’opera vuole simboleggiare la generazione al potere che, non curandosi dell’ambiente e di tutto ciò che riguarda il riciclaggio, farà mangiare plastica alle generazioni future. Ho scelto, infatti, di orientare lo sguardo verso il visitatore per far sentire chiamato in causa chi osservava l’opera. 

Ho impiegato molto tempo a realizzare quest’opera perchè era una tavola molto grande e gli impegni agonistici non mi permettevano di dipingerci sempre. Inoltre, non avevo mai dipinto sul legno, nemmeno con il pastello, per cui era una vera e propria sfida, anche perchè non sapevo come avrebbe potuto reagire e venire fuori. Quello è stato il mio primo e unico pastello sul legno. Ed è stata una sfida agonistica, come nel nuoto, però con me stesso: mi capita spesso di avere questo approccio nel Disegno.

Partecipare alla Biennale è stato davvero incredibile: è stato fantastico essere in un ambiente di creativi, conoscere artisti come Tim Bengel (con il quale sono entrato in amicizia), conoscere le loro idee, parlare con loro, stringere legami, vedere cosa fanno e rubare con gli occhi. Sicuramente è stato un buon punto di partenza da cui sono uscito arricchito.

  • C’è qualche artista a cui ti ispiri in particolare? Non per forza solamente dal punto di vista stilistico.

Ci sono tanti artisti. Del passato ammiro molto Caravaggio per l’uso delle luci: infatti, molti hanno detto che “Bon appètit” sembrava un’opera di Caravaggio per l’atmosfera e la provenienza della luce. Ovviamente io ho detto di “non esagerare”. 

Per l’Iperrealismo contemporaneo il mio punto di riferimento è Ruben Belloso, un pastellista, un fenomeno, che ho avuto la fortuna di conoscere.  Per l’Iperrealismo a carboncino o a matita mi piace DiegoKoi, anche lui un artista contemporaneo; mi piacciono anche molto Kelvin Okafor e Paul Cadden. Mi piacerebbe riuscire ad arrivare al loro grado di perfezione. Un paio di loro ho anche avuto la fortuna di conoscerli e apprendere meglio da loro le loro tecniche. Anche lì sono stato fortunato e ne sono uscito arricchito.

Cambiando genere mi piacciono Kandinskij, Basquiat, Picasso e De Kooning, del quale sono proprio innamorato. Mi piacciono molto anche Andy Warhol, più per i colori però, e Cecily Brown, un artista inglese.  Sicuramente me ne sto dimenticando qualcuno: è davvero difficile trovare un artista che non mi piaccia.

  • “Covid-19” è una delle tue opere più importanti, divenuta un’icona del periodo storico che stiamo vivendo. Vuoi spiegarci com’è nata?

Durante la quarantena, allenandomi in casa, ero costantemente a disegnare, dipingere o a fare esami per l’Università. Ero però sempre attento alle ultime notizie e mi hanno colpito molto le immagini di questi infermieri distrutti con il camice e la mascherina; sentendo poi i turni di lavoro mostruosi a cui erano sottoposti, la cosa è nata spontaneamente. 

Come ti dicevo prima, per me un grande artista è colui che riesce a raccontare un momento che lo colpisce del contesto storico in cui vive, riuscendosi a connettere con la società, e così ho fatto.… mi è venuto spontaneo.

Ho scelto di realizzarlo con lo stile dell’Iperrealismo a pastello, partendo da alcune immagini che ho photoshoppato, per dagli un tocco più personale. Mi sono concentrato sullo sguardo e sul tentativo di rendere molto bene la consistenza del materiale, dalla mascherina alla trasparenza della cuffietta dell’infermiere. E devo dire che riuscire a realizzare la trasparenza è stato un elemento di stile personale. 

L’opera è nata da una necessità di produrre, di sostenere e ringraziare tutti i sanitari e gli infermieri che hanno lavorato duramente e hanno salvato delle vite. “Covid-19” è stata presa come immagine simbolo per la Giornata Mondiale degli Infermieri e sono stato ringraziato da 4000 infermieri dell’Ospedale Universitario di Careggi di Firenze. Sono tutte cose che mi hanno toccato molto, che mi hanno fatto sentire utile e parte di qualcosa. 

È stato un lavoro veramente soddisfacente perché, con la mia Arte e il mio disegno, sono riuscito a dare un sorriso o ad emozionare: mi sono arrivati, a questo proposito, tanti messaggi sui social da infermieri e persone che lavorano nel settore con dei ringraziamenti. Riuscendo ad emozionare loro e me stesso è stato doppiamente bello.

  • Hai dei progetti che puoi anticiparci per il futuro sia dal punto di vista artistico che natatorio?

Dal punto di vista natatorio l’obiettivo principale sono le Olimpiadi, lo sono ormai da circa tre anni. Ora c’è stata la pandemia, ed è stato giusto annullarle e mettere lo sport in secondo piano, però quello rimane il mio sogno e obiettivo principale per la prossima stagione.

Invece, da un punto di vista artistico, mi piacerebbe iniziare una serie di opere sulle icone dello sport, come anello di congiunzione tra la mia vita d’atleta e la mia passione per l’Arte. Però devo ancora decidere: so solo che i soggetti saranno icone molto significative per me e che la serie non sarà incentrata solamente sull’Iperrelismo.

Mi sono appassionato molto alla tecnica della serigrafia e vorrei unirla alla pittura classica a pennello: ho fatto vari tentativi e potrebbe venire qualcosa di veramente bello. Mi piacerebbe anche fare una serie sui fondali delle piscine nei vari momenti della giornata o della stagione. Nuotando tutti i giorni, vedo praticamente solo il fondo della piscina, e ho notato come cambia il riflesso della luce sul fondale durante le ore del giorno e durante le diverse stagioni. 

Io nuoto in una piscina che in inverno è al chiuso e in estate è all’aperto: d’inverno ci sono le luci artificiali, è chiusa al pubblico ed è pulita e perfetta; d’estate, invece, essendo scoperta, ci sono le foglie sul fondo e non è così perfetta. Ora te ne ho detti solo due ma ce ne sono tanti di progetti. Le idee non mi mancano, l’unica cosa che manca è il tempo per realizzarle. 

Grazie Lorenzo e in bocca al lupo per tutto!

Intervista di Sara Iadicicco

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