Edward Hopper: cosa suscitano le sue opere?

Chi è quella figura umana che domina la scena in solitudine? Forse sta aspettando qualcuno? Chi sta aspettando? Arriverà mai?

Questi e molti altri interrogativi vi saranno sicuramente sorti se avete mai visto un’opera di Edward Hopper, straordinario artista statunitense, le cui opere sono così originali da consentire di identificare immediatamente la sua mano.

Edward Hopper - autoritratto
Edward Hopper – autoritratto

Potremmo definirlo il pittore del silenzio e dell’attesa, della luce e delle ombre, della malinconia e della solitudine che caratterizzano la società tra le due guerre mondiali. Una società in continuo mutamento sotto molteplici punti di vista: paesaggistici, politici ed economici, della quale Hopper, però, ci riporta, con uno sguardo fortemente evocativo, l’altro volto dell’America, forse quello meno conosciuto. 

Alle ruggenti automobili e all’edificazione di longilinei grattacieli l’artista è indifferente: preferisce l’America degli interni urbani, dei locali vuoti, delle tradizionali abitazioni vittoriane, degli scorci inquietanti di vie metropolitane notturne e di distributori di benzina deserti. È l’America che sarà poi narrata da Robert Altman, che esplode nell’atmosfera irreale, enigmatica e immobile di Hopper.

L’artista rimane totalmente indifferente all’atmosfera avanguardista del suo tempo, preferendo guardare al passato, ispirandosi all’utilizzo della luce e del colore dei pittori impressionisti Monet, Degas e Pissarro. Infatti, nonostante sia considerato da molti critici uno dei maggiori esponenti del realismo americano, classificarlo in una corrente è un’impresa molto ardua. Hopper è come i grandi magister della pittura: senza tempo.

Le sua pittura nitida e lineare non ha un fine politico, non vuole insegnare o suggerire. I suoi dipinti, colmi di silenzi e drammaticità, sono semplicemente l’espressione dell’animo umano, dell’inconscio e di un’interiorità inafferrabile e impalpabile come la luce.

Ed è proprio quest’ultima una delle protagoniste dei suoi quadri: una luce unica, diversa da qualsiasi altra mai rappresentata fino ad ora, una luce fatta di colori forti e brillanti, che tuttavia non rimandano mai alla gioia; una luce che esiste per dare maggiore risalto e intensità alle ombre; una luce imprigionata in spazi claustrofobici in una tragica estraneità e incomunicabilità tra i soggetti.

Quando l’artista inserisce le figure umane nei suoi dipinti, si limita ad accostare pochi personaggi vicini fisicamente, ma distanti con la mente. Uomini e donne incapaci di comunicare consumano il loro pasto in solitudine o rivolgono lo sguardo verso una direzione diversa da quella di un ipotetico interlocutore. E ai nostri occhi, mentre ci si interroga sulla loro identità, non resta che immaginare la direzione dei loro sguardi che travalicano i confini del quadro.

La dilaniante solitudine delle sue opere ci coinvolge emotivamente e la struggente malinconia, che rimanda alle piazze metafisiche di Giorgio De Chirico, rappresenta il definitivo distacco di Hopper dall’arte europea. 

Stile cinematografico e scena americana è ciò che caratterizza la sua opera. I suoi dipinti sembrano delle meravigliose istantanee, che per la loro efficacia verranno imitate dal cinema del ‘900 di Alfred Hitchcock, che dal suo quadro “House by the railroad” prese ispirazione per la casa di “Psyco”, da Dario Argento che, si è ispirato a “The Nighthawks”, per la creazione del Blu Bar in “Profondo Rosso” e per la casa sullo sfondo nella nota immagine de “Il Gigante” con il bello e dannato James Dean in primo piano.

Che ritragga un uomo in solitudine o accanto a persone assorte con lo sguardo smarrito nel vuoto, la pittura dell’artista statunitense sorprende e inquieta sempre, riuscendo a catturare in maniera efficace l’isolamento umano, come mai nessun artista è riuscito a fare.

Iniziamo osservando le opere di Edward Hopper ponendoci molte domande e finiamo con ulteriori interrogativi, che dal dipinto si allargano alla nostra interiorità e alla società intera. Ma d’altronde, non è proprio questo che l’arte dovrebbe fare?

Sara Iadicicco

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