Cosa significa fare la giornalista: la storia di Evelyn

Abbiamo affrontato alcune professioni qua a FreedArte, oggi entriamo nel mondo del giornalismo. Una delle amministratrici di questo blog, Evelyn, racconta oggi la sua esperienza. Un percorso, ricco di soddisfazione ma anche di alcune insicurezze, con cui ha inseguito (e sta inseguendo tuttora) il sogno di essere giornalista. Ecco la sua storia.

La storia di Evelyn

Quando da piccoli ci chiedono che lavoro vogliamo fare da grande di solito spariamo le professioni più assurde. Nel mio caso era la dermatologa. Che poi, figurati se a dieci anni sapessi cosa significasse la parola “dermatologa” e tanto meno cosa facesse davvero. Ma va beh, da piccoli si rimane affascinati da molte cose senza un motivo razionale.

Ho iniziato a schiarirmi un pochino le idee crescendo. Iniziando le scuole medie mi sono resa conto di quali fossero le materie per cui ero più portata. Adoravo l’italiano, e non solo, adoravo qualsiasi esercizio ci desse la prof sia di analisi grammaticale che logica. Effettivamente mi rendevo conto di essere la sola perché molti altri odiavano fare quegli esercizi invece io ero quasi dispiaciuta quando li finivo.

La scelta della scuola superiore è stata quasi immediata. “Faccio il liceo classico” ho risposto in classe quando le prof chiedevano le nostre intenzioni future. Alcuni insegnanti credevano nelle mie capacità, altri meno, ma non importa, sono sempre stata determinata nel portare avanti le mie scelte. Così, frequento i cinque anni di liceo e più o meno a metà percorso mi viene questa illuminazione: “Faccio la giornalista”. Come mi sia venuta non me lo ricordo nemmeno però so che mi era capitata l’occasione durante un’estate di fare un tirocinio in una redazione locale e la cosa mi aveva subito incuriosito. In più, della figura del giornalista mi affascinava l’idea di indagare per denunciare qualche ingiustizia, la vedevo quasi come una missione. Finito quel tirocinio non mi riuscivo a immaginare nel futuro a fare un altro lavoro.

Così, terminato il liceo, un’altra scelta immediata: “Faccio scienze della comunicazione e poi dopo il Master in giornalismo”. Da subito mi sono scelta gli esami che più avessero a che fare con il mondo del giornalismo però sentivo che mi mancava qualcosa. E questo qualcosa l’ho scoperto in occasione del mio primo stage durante l’università, in un ufficio stampa. Il giornalista che mi seguiva mi aveva fatto presente che nel giornale locale della città cercavano collaboratori proprio della mia zona. Avevo 20 anni, non ero ancora laureata e ovviamente zero esperienza, appena me l’ha detto il mio pensiero è stato “ma figurati se prendono me”. Poi mi sono detta “ok dai ci provo, al massimo mi scartano”. Tempo due ore dall’invio dell’email col mio CV e mi hanno chiamata. Ho iniziato a lavorare come collaboratrice.

Sono stati i tre anni più intensi, impegnativi e ricchi di soddisfazione della mia vita. Il lavoro era completamente autonomo, sceglievo io di cosa scrivere e quanto scrivere, ricevevo solo qualche indicazione. Ho sfidato la paura iniziale e la totale inesperienza imparando a mano mano tutto da sola: cercavo storie o eventi, li seguivo, facevo foto e interviste, contattavo le persone, e poi a fine settimana mandavo la scaletta in redazione con le proposte di articolo per la settimana dopo. Questo, ogni settimana. Mi ero improvvisata scrittrice e fotografa, ho dovuto rispettare scadenze e impegni, intervistare e coltivare relazioni con gente mai vista e, per farlo, studiarmi argomenti di cui non avevo mai sentito parlare. In una parola, mi sono improvvisata giornalista.

Nel frattempo, continuavo a frequentare l’università regolarmente. Negli intervalli o nei viaggi in treno (ero anche pendolare) facevo qualche telefonata, poi, la sera, scrivevo, magari anche fino alle due di notte se l’articolo doveva essere impaginato il giorno dopo. Nei miei pezzi parlavo di fatti di cronaca del mio paese o dintorni ma non disdegnavo anche eventi culturali. Mi interessavano soprattutto le storie, ragazzi che avevano qualche talento o si era distinti per qualcosa di particolare ma mi piaceva anche semplicemente parlare delle novità del mio paese. Adoravo l’idea che la gente potesse scoprire cose nuove leggendo un articolo firmato da me. Quando il venerdì vedevo sul giornale quanto scritto ero la persona più orgogliosa del mondo e in quel preciso momento sentivo che ogni sforzo fatto era servito a qualcosa.

Ma non va sempre tutto liscio. Alcune volte ero obbligata a scrivere di cose che non mi interessavano (ma di cui dovevo interessarmi per forza), o peggio, di questioni delicate che avevo anche paura ad affrontare. Se c’è qualche polemica in paese o semplicemente qualcuno che vuole lamentarsi, chiamava me. Mi sono ritrovata in mezzo a critiche perché, come spesso accade, la colpa è della giornalista che ha scritto il pezzo incriminato, non di chi ha fatto alcune azioni o determinate dichiarazioni. Ho imparato a essere oggettiva e imparziale, anche a mio malgrado, e ho cercato di gestire la situazione come farebbe un vero professionista del settore. Sì, perché fare la giornalista non è solo scrivere, è mediare, conoscere, studiare, essere corretta e onesta, presente e sempre informata su tutto e tutti. É coltivare relazioni con quante più persone possibili, avere svariati interessi, avere un perfetto time management, non scordarsi nulla, sapere sempre quello che sta per accadere e soprattutto avere sempre con sé un quadernetto appunti e una biro perché non si sa mai. É essere pronta a tutto perché se accade qualcosa tu devi già sapere come reagire.

Dire che ho imparato tanto è riduttivo. Sono cresciuta e ho solidificato interessi e consapevolezze. Mi sono resa conto col passare del tempo che, se alcuni lati di questo lavoro non mi piacevano affatto, altri facevano esattamente al caso mio e facevano parte ormai del mio essere. Uno di questi è scrivere. Ho capito che non avrei più voluto passare una settimana della mia vita senza scrivere di qualcosa, e così ho fatto. Ho avuto l’occasione di fare altri tirocini e di mettermi alla prova in altri ambiti ma quella prima esperienza rimarrà sempre nel mio cuore.

E così, eccomi qua. A 24 anni, quasi 25, con quattro tirocini conclusi, due collaborazioni con testate e un’iscrizione all’albo dei giornalisti. Sono orgogliosa del mio percorso? Assolutamente. Rifarei tutto? Sì, tutto. É un lavoro che si fa con il cuore, devi esserne davvero convinto perché se ci metti tutto te stesso, credi nella causa e ti piace quello di cui stai scrivendo inevitabilmente dal tuo pezzo si vedrà. In caso contrario, lascia perdere. Ma tutto ciò si scopre solo provando e mettendosi costantemente alla prova. Poi, se alla fine scopri che questa è davvero la tua passione, tutti gli sforzi fatti daranno i loro frutti.

Evelyn

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