Studiare medicina in Italia: pro e contro

Dopo il successo del nostro articolo sui problemi degli specializzandi in medicina, abbiamo deciso di riprendere l’argomento. Questa volta abbiamo chiesto a due studenti quali sono secondo loro i problemi che bisogna affrontare nel frequentare la Facoltà di Medicina e cosa significa per loro, un giorno, diventare medico. Quali sono i pro e quali i contro di frequentare medicina in Italia?

Facoltà di medicina: meriti e pecche

Alberto, 25 anni

Cosa significa studiare medicina? 

Studiare medicina significa impegno, sacrificio e costanza nello studio. Significa saper dire spesso di no agli amici che ti chiedono di andarti a divertire con loro, significa non essere capito quando dici che lo studio è così duro, significa rinunciare allo sport che ami perché non hai tempo se non per studiare, significa saper accettare una bocciatura ingiusta dopo mesi di intenso studio e ricominciare subito a studiare!

Ma significa anche conoscere per la maggior parte delle volte solo persone di un certo spessore pronte ad aiutarti, significa imparare a superare i propri limiti, significa capire che nulla è impossibile con il giusto impegno e soprattutto significa imparare a dedicarsi agli altri! Studiare medicina significa intraprendere uno dei percorsi più duri e allo stesso tempo belli che la vita può offriti!

Iole, 24 anni

Sono al quinto anno di medicina, a ottobre inizierò il sesto, l’ultimo. Sono al punto in cui posso guardarmi indietro vedendo tutto quello che ho fatto e guardare avanti, pensando che manchi poco alla fine. In realtà, una fine vera e propria non credo ci sarà a breve.

Ci sono i tirocini da affrontare, la tesi, le lezioni, gli esami. E poi il test di specializzazione, e neanche lì, finita quella, in automatico si avrà accesso in un ospedale in modo definitivo. Per ora non ci penso. Quello che ho imparato in questi anni è affrontare ogni singola cosa per volta, o il tutto finirà per travolgerti. Ho sempre studiato dando il massimo, impegnandomi, facendo sacrifici, ma neanche così tanti. Ho sempre vissuto la mia vita vera senza doverla chiudere in un cassetto. Il quinto anno è stato decisamente più difficile. Vuoi per la mole di studio e gli esami, troppi. Vuoi per l’emergenza Covid che ha rivoluzionato tutto, rallentato molte cose e bloccato altre. Credo di aver, per la prima volta, vissuto quest’anno il malessere che molti riferiscono da anni. Mi sono resa conto che lo stereotipo dello studente di medicina esaurito, stanco, senza vita sociale, quello che non esce perché ha un esame, che rimane costantemente bianco perché non va al mare… beh, non è così lontano dalla realtà. Arrivi a un punto in cui se non sei mentalmente forte, ed organizzato, ti sembra possa caderti il mondo addosso e schiacciarti sull’asfalto come un gelato estivo che scivola via dal cono. Ci vuole determinazione, sangue freddo, calma. Ogni cosa si può fare, e la farai. Devi convincertene e trovare il modo di farlo, senza rischiare una crisi di nervi ogni tre per due. E per esperienza personale, mia e di decine di colleghi, assicuro che sono, quasi, all’ordine del giorno.

Essendo la mia una università pubblica ho accusato di più molte mancanze che altri studenti, in una privata, non hanno avuto. Molti studenti, poco rapporto umano con i prof. Non che sia fondamentale per me, ma mi rendo conto che ci sia una differenza tra me ed alcuni amici che mi riferiscono di scambiare email con i prof a cui quasi danno del tu, conoscendosi bene da mesi. Spesso da me è impossibile. Troppe volte contattare un professore diventa difficile, nessuna risposta dal fronte. Tante volte non riescono ad essere chiari, a risolvere problemi, a mettersi a disposizione. Tante volte sono strani, eccentrici, e anche estremamente poco professionali e scorretti. Ma altrettante volte ho incontrato professionisti molto umani, molto in gamba, fatti per questo lavoro, per esercitarlo e per insegnarlo nel migliore del modi.

Il problema sta nel fatto che l’eccesso di studenti, per quanto possa essere in gamba un professore, rimane un problema. In linea teorica dovremmo svolgere 300 ore di tirocinio tra ambito clinico, chirurgico e presso un medico di base per poter essere abilitati. Queste ore vengono suddivise tra quinto e sesto anno, così da arrivare liberi alla fine da esami e altri impegni, e buttarsi solo sulla tesi. In teoria c’è da festeggiare, in pratica non è realizzabile. Spesso tutto va a scalare perché non ci sono posti, perché la precedenza va ai ragazzi dell’ultimo anno che devono laurearsi. E quando noi ci troveremo al sesto col tirocinio ancora da fare, beh, saremo coloro che avranno la precedenza, scavalcando i ragazzi del quinto anno. Il problema dell’affollamento, da me, si riflette anche sulle aule, non disponibili e con un numero indecente di posti che, se davvero tutti si presentassero a lezione, non basterebbero per la metà di noi. Per non parlare delle volte in cui, in ospedale, non ci sia qualcuno a seguirti perché sei con altri 5 colleghi, 3 specializzandi, e il professore che ha da pensare a tutto men che meno a te. E giustamente, aggiungerei. Fossi stata, in molte occasioni, la sola tirocinante, la sola studentessa, mi sarei attaccata come una piovra a uno specializzando che mi avrebbe seguita decentemente. Perché sì, gli specializzandi in reparto fanno tutto, gestiscono tutto. E sono quelli che davvero ti seguono e aiutano.

Questo per dire cosa? Spesso mi trovo in mezzo a conversazioni, sempliciotte, in cui il tema è il test di ingresso a medicina. Numero aperto o numero chiuso? Ora, io non sto qui a commentare quanto sia giusto il metodo di selezionamento, quanto serva saper risolvere un esercizietto di logica per fare il medico nella vita. Questo lo lascio agli esperti, nonostante una mia opinione – favorevole al fatto che una persona, per intraprendere questo percorso, debba essere un minimo sveglia, non dico acculturata, ma perspicace da risolvere un quesito di logica – io ce l’abbia. Quello che posso dire è che io ho accusato tanto il fatto che fossimo molti, non poter essere seguita decentemente, non poter andare a tirocinio quando volessi, non poter entrare in sala operatoria perché c’era già abbastanza gente, non poter avere un’organizzazione decente per un esame perché il professore non riusciva ad organizzarsi non avendo giorni a disposizione ma 140 prenotati.

Tanti disagi in segreteria, a terra come i clochard per ore, e tanti disagi per avere informazioni da un prof, perché la tua email verrà persa insieme ad altre 100. E soprattutto, ogni anno circa 12mila studenti, laureati ed abilitati, rimangono per strada e cercano di organizzarsi come possono, per lo più facendo guardie mediche, per guadagnare qualcosa e smettere di pesare, dopo più di sei anni, sulle spalle dei propri genitori. Solo 6mila giovani, a grandi linee, accedono alla specializzazione. E si parla tanto di carenza di medici in Italia. Allora la soluzione che molti fanno è: medicina deve essere a numero aperto! Eh no. Mai sentito parlare di imbuto formativo? Immagina una galleria alla cui fine ci sia una rete con un piccolo foro in mezzo che impedisce alle auto di uscire. Non vedendo molte auto uscire, anziché proporre di allargare il foro, molti propongono di far entrare più macchine. Ma l’intoppo rimarrà!

Avrei ancora tanto da dire ma il fine è quello di dare una panoramica e l’idea, a grosse linee, di questa facoltà. Riassumendo direi: un grosso, enorme, sacrificio. Pieno di intoppi e fatica e delusioni ma anche pieno di piccole soddisfazioni. Non ho la presunzione di avere la vocazione, o qualsiasi cosa venga considerato necessario per fare i medici. Chi ha, a 19 anni, la convinzione assoluta che vorrà fare questo? Senza sapere cosa sia davvero il lavoro di medico? Però so una cosa: tanti, tantissimi, prendono questo percorso come uno dei tanti. Non so che fare e mi iscrivo a economia, o giurisprudenza, o economia politica. Non che siano facili, ma generalmente gli indecisi ci si buttano. Vedo che sta accadendo spesso con medicina.

Vorrei solo consigliare di immaginarsi in un futuro a contatto con le persone, e capire se si è adatti, se si ha il carattere adeguato a lavorare con le persone. Perché sarà così per mezza vita, forse di più. Io so che tornate a casa dopo aver preso la pressione a una vecchietta che mi parla come parlerebbe alla nipote e già fonte di contentezza per il resto della giornata. E spero che questo rappresenti, in piccolo, il mio futuro. Per cui non mi pento della mia scelta, so che voglio questo. Ma consigliarla non saprei. Come si fa a dire “sì, mi sono trovata bene, prova anche tu” oppure “no, per me è stato un incubo, lascia perdere”. Io non conosco voi e per in consiglio bisogna ponderare le parole sulla persona a cui sono indirizzate. Cercate di estrapolare al massimo qualcosa da tutte queste, di parole. E se ne trarrete qualche conclusione, spero sia quella giusta per voi.

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