Tra arte e letteratura: le rappresentazioni della dea Diana

Dea della caccia, della castità, della luna: Diana. L’Artemide romana, è figurata agli occhi dei Greci e dei Romani in una serie di miti e leggende che l’hanno vista assumere vesti meravigliose e temibili al contempo.  L’eredità della sua figura, come tutte le figure appartenenti al mondo classico, è stata in seguito tramandata al Rinascimento italiano e all’iconografia dell’arte europea di tutti i tempi. Grande spessore alla sua figura viene dato da Tiziano in due quadri appartenenti a una serie di dipinti a carattere mitologico destinata a Filippo II di Spagna e realizzata fra il 1556 e il 1559.

“Diana e Atteone” di Tiziano

Il quadro noto con il nome di “Diana e Atteone” ritrae una vicenda molto nota del mito di Diana, resa celeberrima nel mondo romano da un’opera altrettanto nota del panorama letterario latino: le Metamorfosi di Ovidio. Il confronto con l’opera figurativa di Tiziano trova delle corrispondenze lampanti, che sembrano rendere evidente che il modello da cui il pittore veneto ha attinto sia quello ovidiano.

Leggiamo nel terzo libro delle Metamorfosi la sfortunata storia del cacciatore Atteone, di stirpe beota che, dopo una battuta di caccia, giunge per caso a una grotta naturale in cui Diana e le sue ancelle stanno bagnando i loro corpi, stanche della giornata appena terminata. Non appena il giovane Atteone scorge Diana nuda, gridi umani e divini si levano dall’antro: da una parte il povero cacciatore, sopraffatto, si rende conto di aver commesso uno dei più gravi crimini di empietà che un umano potesse commettere; dall’altra le ninfe si affrettano, atterrite, a coprire le nudità della dea vergine.

È qui che si nota il primo riferimento spiccato all’opera ovidiana. Nel dipinto del Tiziano, infatti, Atteone è colto dalla sorpresa dopo aver oltrepassato un drappo rosso che, possiamo intuire, ostruiva la visuale. Ovidio sottolinea da subito che Atteone non ha colpa, che è vittima di un gioco del fato cui egli non ha contribuito:

per nemus ignotum non certis passibus errans/
pervenit in lucum: sic illum fata ferebant

(“vagando con passo incerto per un bosco a lui ignoto, giunse nel bosco sacro: così lo conduceva il fato”).

Questo parallelismo ci fa pensare che Tiziano, al contrario di quanto alcuni hanno proposto, abbia potuto filtrare la storia attraverso nessun’altra opera che le Metamorfosi di Ovidio, e non, come si è pensato, le Dionisiache di Nonno di Panopoli.

È pur vero che c’è un qualcosa di non ovidiano nel quadro: ciò che in Ovidio è naturale, la grotta nel bosco sacro e il suo specchio d’acqua, viene reso artificiale da Tiziano. Al centro, anzi, si può notare come la fontana sia finemente intarsiata e lavorata, mentre alle spalle dei protagonisti della scena si notano archi tutt’altro che naturali. Ma in realtà anche questo, per quanto testimoni l’intervento dell’originalità del pittore, è ovidiano:

simulaverat artem / ingenio natura suo; nam pumice vivo /et levibus tofis nativum duxerat arcum

(“la natura, col proprio talento, aveva eseguito un lavoro che pareva artificiale; infatti con pomice viva e tufo leggero aveva spontaneamente costruito un arco”).

Il dettaglio non è da trascurare: Ovidio utilizza questa artificialità e gioca, come un illusionista e sul tema dell’illusionismo, a varie riprese nel corso della sua produzione poetica. In questo caso l’illusione dell’artificialità corrisponde al tema di fondo del mito, quello dell’impossibilità dell’uomo di orientarsi all’interno del mondo.

Sebbene possa sembrare molto moderno, e in un certo senso anche vicino alla nostra sensibilità di lettori del ventunesimo secolo, Ovidio approfondisce nelle Metamorfosi questo pensiero, soffermandosi molto spesso sull’impossibilità, da parte degli uomini, di conoscere il proprio tragitto, di sapere dove stanno andando, e, infine, di sapere se stanno facendo il giusto. Atteone pensa di sapere e di non correre nessun pericolo, ma non sa, si muove “con passi incerti”, si ritrova in un bosco oscuro e ingannevole; non ha commesso nessuna colpa, eppure viene dannato. Diana, adirata con il cacciatore per averla vista nuda, lo trasforma in un cervo e lo fa divorare dai suoi stessi cani (uno dei quali si può notare alla sinistra nel quadro di Tiziano, presagio degli sviluppi futuri della storia rispetto alla scena del dipinto).

Diana è così scelta sia da Tiziano che da Ovidio per rappresentare quest’incertezza umana, quest’impossibilità da parte dell’uomo di orientarsi e di sapere cosa sia giusto e cosa non sia giusto. Come la luna, Diana ha due facce; come il fratello Apollo, può essere una dea benevola quando ben disposta, terribile quando adirata. Anche l’ancella di colore, affiancata alla stessa Diana da Tiziano, ha fatto pensare che il pittore veneziano abbia voluto sottolineare i due lati di Diana, dell’ “incostante luna”, avrebbe detto Shakespeare: uno chiaro con uno scuro, sempre latente, sempre affiancato a quello candido.

Ed è per questa tipica sua duplicità che Diana ritorna nel mito di metamorfosi di Callisto. Nel secondo libro delle Metamorfosi, Ovidio ci racconta la storia di una delle più fedeli ancelle della dea, Callisto. Invaghitosi di lei, Giove si trasforma in Diana stessa per avvicinarsi senza sospetti alla ninfa e la violenta, trasformandosi di nuovo nella sua forma originaria. Scoperta la sua gravidanza, Diana espelle Callisto dal suo seguito  e la lascia in balìa di Giunone, che, adirata per l’ infedeltà del marito, trasforma la bellissima fanciulla in un’orribile orsa.

Il mito nel quadro di Tiziano è strettamente legato al dipinto di Diana e Atteone. La fontana al centro, infatti, è profondamente allusiva al mito del cacciatore. Ancora una volta la furia indecifrabile degli dei si riversa contro un cacciatore non divino, non colpevole, che opera solamente facendo ciò che ritiene giusto e che tuttavia viene punito con un’orribile metamorfosi. Forse Callisto e Atteone pensano di sapere ciò che sono, ma non lo sanno: gli dei riconoscono invece la loro bestialità e sugellano il loro verdetto sull’illusione di Callisto e Atteone di conoscere se stessi con la loro arma fatale: la metamorfosi.

di Valentino Gargano

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