Facoltà di medicina: cosa vuol dire essere uno specializzando in Italia?

Ci è già capitato di parlare di giovani e lavoro, ad esempio in riferimento alla crisi post emergenza Covid dove abbiamo raccontato storie di ragazzi alle prese con difficoltà quotidiane. Oggi trattiamo un tema sempre attuale, quello del lavoro per i ragazzi che studiano medicina. In particolare, gli specializzandi. Qual è la vita di uno specializzando in Italia? Ce ne parla Payam, 26 anni, specializzando in Neurologia.

La vita di uno specializzando

Per capire qual è il percorso di uno specializzando bisogna partire, come per ogni malattia, dalla definizione: che cos’è uno specializzando?

In Italia è difficile poter rispondere a questa domanda. Secondo alcuni è un medico a tutti gli effetti. Secondo altri si parla di uno studente.
Per altri ancora è uno schiavo da usare in reparto per la stesura delle lettere di dimissione. Io ritengo che gli specializzandi possano essere una risorsa e giunti alla fine dell’articolo spero che anche voi li considererete tali.

In Italia non è proprio semplice diventare specializzandi. Provo a fare una sintesi rapida di quello che bisogna affrontare in questo lungo percorso: una volta finito il liceo affrontare il test di medicina dove in genere su 60.000 candidati vengono ammessi i primi 10.000. In seguito, bisogna studiare per 6 anni, pagando ogni anno cifre spropositate per volumi di 1000 pagine (in media) che vanno memorizzati per superare esami da 20 crediti universitari. A queste spese si aggiungono le tasse universitarie, i trasporti (una buona percentuale di studenti sono pendolari o fuori sede) e poi, se non sei stato così bravo da entrare nell’università più vicina, l’affitto.

Finiti i 6 anni devi abilitarti: ora le cose sono cambiate, nel senso che la laurea è diventata di per sé abilitante, tuttavia fino all’anno scorso l’abilitazione prevedeva 3 mesi di tirocinio e un esame a crocette con database pubblico. Una cosa insensata che in alcun modo selezionava i medici ma che era stata studiata appositamente per prendere dai neolaureati altri soldi. Una volta abilitato sei a tutti gli effetti un medico e se vuoi specializzarti in qualcosa, per ambizione/interesse personale, devi affrontare un altro test molto selettivo chiamato SSM. È molto selettivo perché il numero di candidati ogni anno è sempre più alto e il numero di posti invece resta stazionario, con la conseguenza che meno della metà dei candidati riesce a entrare in una scuola di specializzazione.

E ovviamente ancor meno sono quelli che entrano nella scuola di specializzazione che vogliono fare. E ovviamente ancor meno sono quelli che entrano nella scuola di specializzazione che vogliono fare nella città dove vogliono stare. Questo è il problema dell’imbuto formativo, sul quale mi sono personalmente attivato e grazie all’aiuto del mio network di pagine e di una protesta nazionale che ho organizzato con altri colleghi, abbiamo ottenuto un discreto finanziamento da quest’anno. Tuttavia, questo divario tra numero di partecipanti e numero di borse di specializzazione è un problema che difficilmente verrà risolto in un paese con una classe politica miope che invece che prevenire i problemi mette delle toppe quando questi problemi diventano ingestibili. Diciamo che in generale in Italia non si guarda tanto al futuro, se ci sono dei soldi vengono sperperati in misure inutili di assistenzialismo invece che venire investiti in infrastrutture e servizi. Per la sanità vale lo stesso e 20 anni di pessime scelte si fanno ora sentire sulle spalle dei medici, degli specializzandi e anche dei cittadini che usufruiscono del Sistema Sanitario Nazionale.

Tralasciamo questi pensieri tristi e torniamo allo specializzando: diciamo che affronta il famigerato test di specializzazione ed entra nella sua prima scelta.

C’è chi come prima scelta mette una città in cui la qualità della formazione è alta (Milano, Bologna e simili), anche se magari abita in un’altra regione. C’è chi invece entra in una università posta a 400 km di distanza, non per scelta ma perché quello era l’ultimo posto disponibile per la scuola di specializzazione a cui è interessato. In entrambi i casi lo specializzando si deve spostare e comprare una casa (con quali soldi?) o prenderne una in affitto. Se è così bravo a entrare a Milano, è fortunato a trovare una stanza singola in affitto a 500€ (bagno privato e spese escluse). Poi deve pure pagare le tasse universitarie (2200€ annui), l’assicurazione (perché nel momento in cui diventi medico diventi responsabile per ogni paziente che vedi e potenzialmente esposto a decine di cause legali), l’Enpam, l’ordine dei Medici (che in cambio lo ripaga inviandogli delle mail al limite dello spam che vengono prontamente cestinate) e poi tutto quello che serve per vivere. Ovviamente non tutti trovano una casa in affitto vicino all’ospedale dove lavorano, o nell’arco dell’anno sono costretti a lavorare in ospedali diversi, magari posti a 30 km di distanza l’uno dall’altro. Quindi ci sono pure i costi dei trasporti da considerare.

Tutte queste spese a fronte di uno stipendio che è meno della metà di quello degli specializzandi di quasi ogni altro stato a Nord dell’Italia. Potete ben capire dunque perché ogni anno migliaia di medici emigrano da altre parti, dove pure la qualità formativa è spesso più alta di quella fornita in Italia. E questo esodo di massa rappresenta una perdita economica altissima per l’Italia, a cui i politici nostrani non sembrano porre attenzione.

Ok, ma cosa fa uno specializzando dal punto di vista pratico?
Ovviamente dipende dalla scuola di specializzazione, dalla città e dall’ospedale dove si sta formando. In generale lavora esattamente come tutti gli altri medici ospedalieri. Certo in alcuni reparti ci sono team di medici che trattano lo specializzando come studente: in alcuni reparti di chirurgia ad esempio non si possono toccare i pazienti per i primi 2 anni di specializzazione, per una questione di… ignoranza e mentalità retrograda. In altri posti gli specializzandi lavorano 12 ore al giorno facendo svariate guardie notturne al mese. Non esagero a dire che in alcuni reparti, dove c’è carenza di personale, l’espletamento corretto delle attività del reparto dipende principalmente dagli specializzandi.

Insomma si parla di medici, che lavorano come tali ma guadagnano meno di ogni altra categoria di medici. E che non hanno mai diritto ad alcun beneficio. Un esempio recente è quanto è successo durante la pandemia: gli specializzandi sono stati esclusi dai vari benefici nonostante si facessero in quattro per aiutare durante l’emergenza e la mancanza di personale, andando addirittura nei reparti Covid ad aiutare in prima linea. Tutto il loro impegno è stato ripagato da qualche ignorante che li ha additati come untori sulla base del nulla.

Ci sono tanti altri esempi che si possono fare. In molti ospedali gli specializzandi devono pagare per parcheggiare l’auto nel parcheggio dipendenti, perché non sono visti come medici ma più come studenti. In altri ospedali non ci sono sconti per pranzare nella mensa ospedaliera, cosa che accade per gli altri lavoratori ospedalieri. Alcune banche non riducono i costi del conto perché gli specializzandi non hanno un vero stipendio ma più una borsa. Tuttavia, in altre occasioni, dove essere studenti porta dei benefici, gli specializzandi si trasformano magicamente in lavoratori, come quando vanno a fare un contratto di affitto che non può essere un contratto agevolato perché secondo alcuni commercialisti non sono studenti ma dei lavoratori.

Essendo a contatto con parecchi colleghi, ricevo decine di segnalazioni di questo tipo ogni giorno. E quando le segnalo, cercando di sensibilizzare le persone perché qualcosa cambi, qualcuno ha l’indecenza di dire: “Di cosa ti lamenti? Almeno tu hai uno stipendio! Alcune categorie di lavoratori non vengono nemmeno pagate”. Chi ragiona in questo mondo fa un grave errore per sé e per gli altri. Se una categoria di lavoratori non ritiene che i propri diritti siano rispettati, dovrebbe agire per cambiare le cose. Non lottare affinché le altre categorie vengano bistrattate come la propria. È una lotta tra poveri senza vincitori e senza progresso. Credo sia fondamentale lottare per cambiare la mentalità in Italia, anche su questo tema.

Spero che, avendo spiegato i costi e le responsabilità che deve sostenere uno specializzando, anche i non medici si uniscano alla nostra causa: quella di vedere i nostri sforzi giustamente riconosciuti.
Esattamente come succede nel resto del mondo.

Payam

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