Ennio Morricone: la vita e i successi di un classicista al cinema

La musica, come risaputo, è un’arte. Ma ogni arte non può raggiungere la bellezza nella quale si può manifestare se l’artista, cioè colui che la pratica, non la conosce. Pensiamo all’arte letteraria: Leopardi, Foscolo, Pascoli, Carducci, Quasimodo o Montale forse non conoscevano la letteratura? Non avevano forse studiato, non senza fatica, i classici greci e latini o la letteratura che nei secoli precedette le loro vite? Leopardi trascorreva giorni interi nella fornita biblioteca paterna, Quasimodo era un ottimo traduttore e conoscitore delle lingue classiche, Pascoli addirittura vinse diversi premi per le sue traduzioni e come Carducci fu docente universitario a Bologna. Così in pittura, celebre è la frase di Pablo Picasso “a dodici anni dipingevo come Raffaello, però ci ho messo tutta una vita per imparare a dipingere come un bambino”; e anche in musica il genio o il talento poco possono fare senza la costanza, la fatica e lo studio: non si pensi a J. S. Bach solo come il genio del Settecento, ma si ricordi le numerosissime trascrizioni che faceva da altri autori del tempo e non solo fino a rovinarsi la vista, e non si pensi nemmeno a Beethoven come un talento sceso dal cielo: il padre tentò di farlo diventare un enfant-prodige notandone l’eccellente predisposizione alla musica, ma senza riuscirvi. Fu proprio lui a trascorrere ore e ore seduto al pianoforte o a comporre la sua musica, con correzioni e perfezionamento, fino a renderla immortale, in tutta la sua drammaticità.

Ennio Morricone sicuramente fu uno dei pochi, fra i compositori e i musicisti del Novecento, a comprendere molto bene la musica e l’arte di questi grandi nomi del passato. Non si improvvisò maestro, studiò e si diplomò prima in Tromba e poi in Composizione presso il Conservatorio di Roma e completò il suo percorso di studi studiando la composizione corale e la direzione di coro. Poi iniziò intorno al 1955 a comporre e a scrivere musica per i film e arrangiamenti per la musica leggera, ma non trascurò mai la composizione della musica classica. Nel 1958 venne assunto come assistente musicale dalla Rai, ma lasciò questo incarico il primo giorno di lavoro, quando apprese che gli sarebbe stata preclusa ogni possibilità di carriera e che, per volontà del direttore generale Filiberto Guala, le musiche da lui composte, in quanto dipendente dell’ente radiotelevisivo pubblico, non sarebbero state trasmesse.

Eccolo Morricone, un musicista che non si vende e che nemmeno vende la sua musica, che la pone al primo posto, perché sa quanto vale e sa bene probabilmente che vale ben più di un incarico in televisione. Egli la ama, ha imparato ad amarla in ogni forma quando dopo gli studi iniziò a suonare in alcune orchestre romane, e immerso in tutti quegli strumenti, in quelle sonorità, con il direttore davanti che dirige un tempo muto attorno a cui tutto ruota probabilmente rimase incantato, come pochi sanno impressionarsi, e volle essere lui a far parlare un’orchestra. Infatti nel 1961 fu il più giovane direttore d’orchestra nel Giugno della Canzone Napoletana. In quegli stessi anni arrangiò numerosi successi di Vianello, di Gino Paoli e di Mina. Nel 1964 entrò a far parte del Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza, ensemble che si occupava principalmente di musica d’avanguardia e di improvvisazione libera e che si proponeva di ricercare nuovi metodi musicali nel campo dell’improvvisazione. Morricone riesce a utilizzare il moderno con grande classe e con un gusto particolarmente raffinato, è un maestro, di quelli veri, non un principiante che lavora su temi orecchiabili.

E fu proprio in quel 1964 che iniziò il successo di Morricone per cui sarà maggiormente ricordato, ovvero la collaborazione col regista Sergio Leone come compositore delle colonne sonore dei famosi spaghetti-western del noto regista romano, come “Per un pugno di dollari”, “Per qualche dollaro in più”, “Il buono, il brutto, il cattivo”, “C’era una volta il West” e “Giù la testa”. Il sodalizio durò fino all’ultimo film di Leone, “C’era una volta in America”. A questo punto ormai è un compositore molto apprezzato che comincia a riscuotere una certa fama anche grazie ai premi che gli vennero riconosciuti: un primo Nastro d’argento nel 1965 e successivamente un secondo nel 1970, un terzo l’anno successivo. Diversi seguirono durante la lunga carriera del maestro.

Le nominations agli Oscar iniziarono ad arrivare nel 1979 per la colonna sonora de “I giorni del cielo”, al quale seguirono nel 1986 quella per “Mission”, che vincerà comunque il BAFTA (The British Academy of Film & Television Arts) e il Golden Globe, poi nel 1987 per “The Untouchables – Gli intoccabili”, che vincerà il Nastro d’argento, il BAFTA, il Golden Globe e il Grammy Award, per “Bugsy” nel 1992 e nel 2001 per “Malèna”. Nel 1984 vinse un altro BAFTA per la colonna sonora di “C’era una volta in America”.

Il 25 febbraio 2007, dopo cinque candidature non premiate, gli venne conferito il Premio Oscar alla carriera, “per i suoi magnifici e multiformi contributi nell’arte della musica per film”. A consegnargli il premio fu proprio l’attore Clint Eastwood, icona dei film western di Sergio Leone. Di seguito si riportano le parole del maestro:

«Voglio ringraziare l’accademia per questo onore che mi ha fatto dandomi questo ambito premio, però voglio ringraziare anche tutti quelli che hanno voluto questo premio per me fortemente, e hanno sentito profondamente di concedermelo. Veramente; voglio ringraziare anche i miei registi, i registi che mi hanno chiamato con la loro fiducia, a scrivere musica nei loro film, veramente non sarei qui se non per loro. Il mio pensiero va anche a tutti gli artisti che hanno meritato questo premio e che non lo hanno avuto. Io gli auguro di averlo in un prossimo vicino futuro. Credo che questo premio sia per me, non un punto di arrivo ma un punto di partenza per migliorarmi al servizio del cinema e al servizio anche della mia personale estetica sulla musica applicata. Dedico questo Oscar a mia moglie Maria che mi ama moltissimo […] e io la amo alla stessa maniera e questo premio è anche per lei.»

Ennio Morricone

Sono innumerevoli i premi e i riconoscimenti che ottenne nel corso della sua carriera, ma ciononostante rimase noto anche per la sua umiltà, per i modi pacati con cui è sempre apparso in pubblico.

Dal punto di vista compositivo Morricone era un professionista, che studiava a fondo la parte cinematografica per sapervi associare la musica più adeguata. Si considerava un autore dell’opera cinematografica al pari dei registi e degli sceneggiatori con cui collaborò: a suo parere la musica serviva a far sentire ciò che il film raccontava con le sue immagini, la musica gli dava voce e ne diventava una parte inscindibile. La cura armonica e melodica delle sue partiture è sorprendente: là dove spesso i compositori cadono nel banale, nell’ovvio, nello scontato, egli sapeva modificare l’armonia per innalzarne lo stile compositivo e portarlo lontano dalla mediocrità. La raffinatezza che emerge in alcune melodie lascia senza parole: la musica del maestro rappresenta le sue emozioni, l’arte a cui ha dato voce mentre leggeva le sceneggiature e i copioni dei film, mentre si immaginava i personaggi come accade quando si legge un romanzo.

Ascoltando le musiche scritte per “La leggenda del pianista sull’oceano” ci si rende conto di quanto siano ben contestualizzate non solo rispetto all’epoca nella quale il film viene ambientato, ma anche rispetto ai personaggi. Essendo infatti una musica di carattere improvvisativo secondo la narrazione cinematografica, rispecchia in modo eccelso l’animo dei protagonisti in quel momento, i loro turbamenti e le loro emozioni.

Ennio Morricone fu un compositore seppe utilizzare anche l’armonia classica in un contesto assai lontano da quello in cui abitualmente è impiegata, e si sente. La banalità è sconosciuta, l’orecchiabile non viene anteposto all’eleganza, non è musica commerciale bensì opere musicali a tutti gli effetti.

Ecco Morricone, un compositore classico al cinema. 

Stefano Baronchelli

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