Intervista a Saverio Tommasi: come raccontare storie dal teatro ai video

41 anni, video reporter, giornalista e scrittore. Saverio Tommasi parla del suo lavoro come di “raccontare storie”. Da quand’era ragazzo, gira video di carattere sociale che ha iniziato a postare sulla sua pagina Facebook e sul suo canale Youtube. La sua intenzione, passata attraverso il teatro e alcuni video amatoriali fino ora alla collaborazione con Fanpage, è quella di dar spazio a storie che non sono mai state raccontate, o che non sono mai state raccontate in quel modo. Saverio crede fermamente nella potenza delle storie, tanto da riuscire a raccontarle e a farle emergere come sono davvero ma sempre con un tatto e una sensibilità unici. Ma come fa? E come ha iniziato nel suo lavoro?

Glielo abbiamo chiesto in questa intervista!

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Sono bello. Me lo dico da solo. 😅

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Intervista a Saverio Tommasi

  • Ciao Saverio, raccontami di te, i tuoi studi e l’inizio del lavoro

La triste constatazione è che ho studiato poco e.. anche male. Ho studiato ragioneria, poi all’università ho finito tutti gli esami di Lettere, indirizzo teatro, ma non ho mai finito perché ho iniziato a lavorare. Per quasi dieci anni mi sono mantenuto facendo l’attore, ovunque, nei circoli, nei teatri, nelle piazze. Portavo testi che scrivevo io e già in quei casi si trattava di storie che intersecavano l’attualità, la storia e la memoria. Il teatro era una modalità di racconto che portava ad una discussione. E contemporaneamente, ho iniziato a fare video, un po’ perché mi piaceva e un po’ perché si trattava di storie che per loro natura era difficile raccontare con il teatro. La forma video era più facile, e ho iniziato a fare video per passione. Il video ha sempre assunto una forma di comunicazione molto rilevante nella società e io l’ho sempre preferita. Tutto questo per impegno sociale, per provare a migliorare la società raccontandola con una prospettiva personale.

  • E da lì come sei arrivato a Fanpage?

Fanpage esisteva da poco, era agli esordi e io ero ancora più agli esordi. Ma furono loro a mandarmi un messaggio privato sulla mia pagina Facebook. Avevano visto i miei lavori su YouTube e la prima volta mi chiesero se potevano usarli a corredo di un articolo loro e poi mi pagarono per i successivi, indipendentemente dall’argomento. Era una modalità per conoscerci a vicenda. Da lì è stato un crescendo. Tuttora i servizi li concordiamo insieme e una buona parte del mio lavoro è proporre idee, anche se molti spunti vengono anche da loro.

  • C’è una tematica che preferisci affrontare nei tuoi video?

Direi nessuna in particolare. Ed è questo che mi piace del mio lavoro, poter affrontare argomenti anche totalmente diversi tra loro. Posso fare video dove si piange, dove si ride, dove intervisto 100 persone o solo una, dove intervisto persone comuni o super famose, dove sperimento modalità di riprese differenti. Quello che amo di più è mettermi alla prova con tematiche diverse talvolta anche intersecandole. Spesso cerco di ribaltare le prospettive e portare l’intervista su tutt’altro argomento, quello che non ci si aspetta. Provo a scavare e a tirar fuori qualcosa di diverso ma che riesce a illuminare un pezzettino di prospettiva mai raccontata prima. Cerco di dire qualcosa che nessuno ha mai detto, o detto in quel modo perché cerco di farlo usando una prospettiva pochissimo o mai usata.

  • Hai a cuore i temi sociali comunque, possiamo dire che cerchi di denunciare le ingiustizie?

Mah diciamo che io racconto storie. Se una storia è raccontata bene per forza disturba il racconto predominante e appare come “denuncia”. Ma non parto con questo obiettivo. Io vado a raccontare la storia, in modo pulito, e avrà un risultato sociale molto probabilmente. Le storie che scelgo le scelgo perché prima di tutto interessano a me, ma ovviamente penso che se interessino a me magari interessano anche a molte altre persone. Poi l’altro criterio in base al quale scelgo le storie è la mia capacità di raccontarla e di raccontarla in quel modo, dipende se sono in grado insomma. Le storie sono tutte importanti e degne di essere raccontate, quello che a me importa è il come.

  • C’è un messaggio che vuoi trasmettere attraverso i tuoi video?

Io racconto quella storia e sarà quella che eventualmente trasmetterà un messaggio. La storia credo sia così forte che già contenga messaggi, e io le do solo spazio. Se racconto un amore tra due persone dello stesso sesso, la mia posizione è indubbia, ma non è che il mio obiettivo sia dire agli omofobi che l’amore sia uguale per tutti. Questo aspetto emergerà naturalmente se il video è ben fatto, ma non è un’idea preventiva quella del “voglio trasmettere un messaggio”. Io provo dar spazio a quella storia. Posso usare questa metafora: il blocco di marmo. Una storia prima di essere raccontata è un blocco informe di marmo. Io che la racconto provo a togliere l’eccesso di marmo, la scultura sotto già c’era, io non la creo. E questo è il lavoro di montaggio con il quale accompagno le persone nella loro scoperta.

  • Credi che gli altri giornalisti debbano avere il tuo approccio?

Questo è il mio approccio, non ce n’è uno migliore in assoluto. Ce ne sono alcuni che aborro però. Ad esempio l’idea della commozione, della lacrima nel video quando in realtà tu stai su un’altra posizione. Io amo la commozione perché racconta molto, e quando ci sono lacrime nei miei video ci sono dietro anche le mie. Ma spesso la lacrima viene svilita e usata per lo share. La lacrima, come anche la risata, devono far parte del racconto, non devono essere svilenti per quella persona, non devono farla apparire come debole. Quella persona ha avuto una forza enorme per piangere davanti a te con la telecamera, se tu lo tratti come “poverino” sei una cattiva persona prima che essere un cattivo giornalista. Altri approcci che non mi piacciono sono il fare domande sciocche, o non fare quelle che andrebbero fatte. Oppure anche giornalisti che fanno gli “uffici stampa” dei politici promettendo loro spazi nei loro giornali. Questo è cattivo giornalismo.

Intervista di Evelyn Novello

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