Intervista a Ilaria Naef: la storia di come una carrozzina può diventare un “paio d’ali”

Quella di Iaria Naef è una storia di grinta e di determinazione.

Ilaria ha 26 anni ed è la prima atleta in Italia di WCMX, cioè skate freestyle in carrozzina. É costretta su una carrozzina da sempre a causa di una paralisi cerebrale dovuta alla nascita prematura ma, per una della sua stoffa, questo non è mai stato un limite. Ha trovato la forza di trasformare la disabilità in opportunità facendosi conoscere per questo sport e stabilendo l’anno scorso un record mondiale.

Oggi vuole essere di esempio a tutti coloro che come lei hanno un limite fisico perché quella carrozzina su cui vivono si può trasformare in un “paio di ali“, come dice lei stessa. La abbiamo intervistata per sentire direttamente da lei la sua storia incredibile.

Ilaria Naef, la storia di una campionessa
Ilaria Naef – Twitter

Intervista a Ilaria Naef

Ciao Ilaria! Parlaci di te, come ti presenteresti a chi non ti conosce?

Ciao, sono Ilaria, ho 26 anni, vengo da Varazze e sono laureata magistrale in Traduzione e interpretariato. Sono la prima atleta in Italia di WCMX, cioè skate freestyle in carrozzina. Oggi faccio parte del team Toyota e cerco di raccontare la mia storia perché penso possa essere utile per aiutare altre persone a capire che la disabilità non deve essere per forza un ostacolo o un qualcosa di negativo.

In cosa consiste questo sport e come hai iniziato?

Il WCMX è molto simile allo skate o alla BMX, cioè bicycle motocross, però si pratica su una carrozzina speciale diciamo. Poi servono le strutture quindi rampe e percorsi appositi. Sono sempre stata molto appassionata di skate e vedevo molti video su internet. Ho scoperto questo sport da alcuni video di un ragazzo americano, quello che ha inventato questa disciplina, che mostrava i suoi allenamenti allo skate park con la sua carrozzina. Mi sono innamorata subito. Volevo iniziare a praticare anch’io questo sport ma qui in Italia non c’erano possibilità. Dopo qualche anno, a 23 anni, per un erasmus mi sono trasferita in Germania e vicino a dove abitavo c’erano alcuni ragazzi che praticavano già WCMX e quindi insieme a loro ho potuto iniziare.

Per te cosa rappresenta questo sport e come ti senti quando lo pratichi?

Per me rappresenta la libertà. É un sogno che si realizza e che ho sempre avuto. Mi ha anche fatto sperimentare come la disabilità non debba essere necessariamente un problema, anzi, posso quasi considerarla un valore aggiunto. Se non avessi iniziato a praticarlo non avrei fatto tante cose che mi hanno resa felice e non avrei vissuto alcune delle mie esperienze migliori.

Qual era il tuo sogno fin da piccola?

Io ho sempre voluto fare la skater ma non l’ho mai detto a nessuno perché non credevo fosse possibile. Poi ho scoperto questo sport e come ha dato tante soddisfazioni a me, vorrei che le desse anche ad altri. La carrozzina non è per forza limitante ma può diventare un paio di ali.

In Italia sei praticamente la sola a praticare questo sport, perché secondo te è poco diffuso?

In Italia anche lo skate non è molto diffuso perché sia mancano le strutture sia manca un po’ la cultura. Questo sport è nato in America e moltissimi giovani lo praticano. Qui nel nostro Paese ci sono molti pregiudizi verso i disabili nel senso che sono visti come “poverini” e come persone che non possono fare nulla e quindi questa mentalità influisce molto. Anche i genitori stessi di ragazzi con disabilità non pensano che possano essere in grado di fare molte cose quindi non li incitano a farle. Vorrei diffondere questo sport qui in Italia e non essere più l’unica a praticarlo. Non tanto per lo sport in sé quanto per il messaggio che lo accompagna.

L’anno scorso hai stabilito un record mondiale a Prato Nevoso, cosa hai fatto e come ti sei sentita?

Ho eseguito il primo backflip, cioè una capriola all’indietro con la carrozzina sulla neve. Ho raggiunto un obiettivo che fino a pochi anni fa non avrei mai creduto di raggiungere e posso considerarla come una spinta per andare ancora più avanti. Con questo traguardo soprattutto sono anche riuscita a comunicare la mia storia a molte persone e ho ricevuto tantissimi messaggi di persone che mi hanno ringraziata perché le ho aiutate a superare la propria disabilità.

Ti senti quindi un po’ un esempio per chi ha una disabilità?

Sì, credo che tutti i momenti negativi che ho dovuto passare abbiano senso solo quando la mia storia riesce ad essere di aiuto per qualcun’altro. A chi come me ha una disabilità posso dire: seguite sempre le vostre passioni, se volete potete realizzare i vostri sogni. Non abbiate mai paura di non farcela anche se sembra impossibile.

Sappiamo che nel tuo percorso è stato molto d’aiuto Vanni Oddera, campione di motocross, che è diventato anche tuo amico. Cosa s’ha rappresentato per te?

Sì, ho conosciuto Vanni Oddera perché ha fatto uno spettacolo nel mio paese e da lì siamo diventati amici perché siamo molto simili e con le stesse passioni per gli sport estremi, ci siamo subito capiti. É stato lui a inventarsi la mototerapia, che ha come scopo il far provare le emozioni di andare in moto a ragazzi disabili. Vanni li porta a fare un giro sulla sua moto ed è davvero emozionante per chi non l’ha mai fatto e nemmeno avrebbe creduto di farlo mai. Col tempo questo progetto ha avuto successo e anche altri sportivi ora si mettono a disposizione per far vivere questa esperienza a ragazzi disabili. Anche all’estero stanno iniziando a praticarlo, è una cosa davvero bellissima.

Secondo te ci sono ancora limiti in Italia che bloccano i ragazzi disabili nel praticare sport?

Moltissimi ragazzi non pensano nemmeno di poterlo fare, questo è il limite più grande. Il primo passo quindi è far conoscere loro questa possibilità e questo sport in particolare. In contemporanea, dovremmo far capire a tutti che i disabili hanno questa capacità e che quindi possono avere un futuro felice e ricco di soddisfazioni. L’unico limite insomma è nella propria testa, se vuoi fare una cosa puoi farla.

Intervista di Evelyn Novello

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