Intervista a Federico Morlacchi: ecco i suoi successi paralimpici e di vita

Sette medaglie paralimpiche di cui una d’oro, quattro volte campione mondiale e dieci volte campione europeo. Stiamo parlando di Federico Morlacchi, 26 anni, originario di Luino e nuotatore professionista italiano.

Federico è affetto da ipoplasia congenita al femore sinistro. Appassionato di nuoto sin da bambino, nel 2003 inizia a praticare nuoto a livello agonistico e negli anni successivi prende parte ai campionati europei. Da lì è un susseguirsi di vittorie e di medaglie. Nel novembre 2013, Federico Morlacchi è stato anche nominato Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana per i successi sportivi ottenuti.

Nel 2016 Federico agli Europei di Funchal è salito cinque volte sul gradino più alto del podio vincendo l’oro nei 100 farfalla, nei 100 stile libero, nei 100 rana, nei 200 misti, nei 400 stile libero, l’argento nella staffetta 4×50 mista mista e il bronzo nella staffetta 4×100 mista. Sempre nel 2016 Federico ha partecipato alle Paralimpiadi di Rio e prossima tappa… Tokio 2021!

Ecco la nostra intervista!

Intervista a Federico Morlacchi

Qual è il primo ricordo che hai dell’acqua, o meglio della piscina?

Allora, il primo ricordo che ho dell’acqua… ero a fare uno dei primi corsi che si fanno solitamente quando si è molto piccoli. Era il 1996 e il mondo paraolimpico era ancora più sconosciuto di oggi, quindi erano tutti un po’ preoccupati. Mi hanno assegnato una maestra solo per me e ricordo che dopo solo tre lezioni già me la giravo bello spensierato. È stato proprio un mio elemento.

Cosa rappresenta per te il nuoto?

Mah, sai… l’acqua è una roba extra-terrestre quasi. Ti permette di essere te stesso. In acqua siamo tutti uguali: non ci sono protesi, carrozzine… non c’è niente a parte il tuo corpo. Quando entri in acqua sei tu e basta, via i pensieri negativi… c’è solo il corpo che va.

Quando hai capito che volevi fare quello nella vita?

È stato tutto talmente naturale. A me piace nuotare, gareggiare, lo spirito di competizione… da lì è stato tutto molto graduale e senza interruzioni. A otto anni le prime gare serie, a quindici anni in nazionale, ma è stato tutto molto easy. Non c’è stato un giorno in cui ho detto “Cavolo, sono un atleta!”. Io lo sono sempre stato.

Com’è la giornata tipo di uno sportivo del tuo livello?

Pre-covid? Beh, sveglia alle 6.15, allenamento in acqua dalle 7 alle 9, palestra dalle 9.15 alle 10.30 e poi vai a fare la spesa, mangi, dormi e alle 17.30 c’è il secondo allenamento fino alle 19.30. Posso dire che è una vita bella piena.

Come vivi la competitività?

Cavolo, io sono drogato di quella roba là. Sarei competitivo anche in una gara di chi mangia più pizza… è uno stile di vita. Mi piace in tutto, tranne che nello studio… lì ho un po’ tirato su le mani.

Che ostacoli hai incontrato quando eri appena entrato nel mondo dello sport?

Allora… appena entrato no, se devo dirtela tutta sono entrato in nazionale a 15 anni e a quell’età ho fatto il primo europeo della mia vita prendendo due bronzi di botta. Ero felicissimo, troppo forse. Il più grande avversario della mia vita si chiama Ego. Mi sono messo le mani in tasca, ho smesso di lavorare. Al mondiale successivo ho preso tanti calci in faccia che ricorderò tutta la vita. Però mi piace pensare che quella sconfitta sia stata la base di tutto quello che è successo dopo. Nella vita, nello sport, nello studio generalmente si perde molto più di quanto si vinca. Ma bisogna sempre reagire alle sconfitte e se c’è una vittoria, mai adagiarsi.

C’è una medaglia alla quale sei più legato?

Allora… una è una medaglia importante, cioè l’oro alle paraolimpiadi di Rio. È la gara che se rivedo, mi fa tremare ancora. C’è anche un campionato internazionale a Berlino del 2015 che mi ha visto fare il record del mondo nei 100 delfino. Sono passati cinque anni e sarebbe anche ora di rifarlo… io ci provo, giuro!

C’è mai stato un avversario che hai temuto in modo particolare?

Io sono dell’idea “rispetto per tutti, paura di nessuno”. Anche se c’è un avversario molto più forte di me, beh… è sport! La sconfitta fa parte dello sport quanto della vita. Se c’è qualcuno più bravo di me, gli stringerò sicuramente la mano.

Ti sei mai sentito vittima di pregiudizio?

Assolutamente no. Io ho avuto la vita più felice di questo mondo. Me lo chiedono sempre tutti, ma… non lo so. Forse sono molto fortunato… il mio cognome è molto simile all’inglese ‘more lucky’, più fortunato.

Sei una dimostrazione del fatto che non esistono limiti. Cosa diresti a un ragazzo/a che viene giudicato solo per una sua ‘mancanza’ fisica?

Mah, sai… alla fine della fiera credo che ognuno debba trovare la sua ‘altezza’, ma puntando molto in alto. A volte si ci accontenta troppo presto ed è la cosa più sbagliata che si possa fare. Se puoi arrivare a 100 e ti accontenti di 95, per me hai perso 100.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Beh, ho preso casa e credo di aver fatto l’affare della vita, sono molto contento e poi… ci saranno le olimpiadi di Tokyo 2021.

Com’è stato il periodo in cui non ti sei potuto allenare?

Ho fatto un sacco di dolci, guarda. Però, ti dirò… non tutto il male viene per nuocere. La vita dell’atleta è sempre fatta, passami il termine, di ‘follie’. Allenamento, allenamento, allenamento… fare due mesi di stop mi ha permesso di riposare il corpo e la mente. Partire più riposati fisicamente e mentalmente non è sempre un male. Sicuramente la situazione per cui siamo stati fermi è stata più che giusta. Io sono lombardo e vedere i tuoi concittadini in ospitale a perdere la vita… rimanere in casa era davvero il minimo.

Intervista di Giovanna Pasciuto

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