Com’è cambiato il lavoro dei giovani a causa del coronavirus: alcune testimonianze

Ci siamo molto occupati in queste ultime settimane di tutte le conseguenze che ha lasciato finora il Coronavirus sulla vita dei più giovani: abbiamo chiesto a ragazzi di tutto il mondo come avessero vissuto la quarantena con “Libertà nel mondo ai tempi del coronavirus” e abbiamo raccolto le opinioni degli studenti sulla didattica a distanza, sia dei liceali che degli universitari. Non abbiamo scordato però i giovani lavoratori.

Una delle conseguenze più tragiche dell’emergenza sanitaria da Covid-19 riguarda infatti l’aspetto economico. Il lungo lockdown ha imposto a moltissimi lavoratori sia dipendenti che autonomi di rimanere fermi perdendo il fatturato di uno o più mesi. Abbiamo voluto approfondire questo tema chiedendo a ragazzi e ragazze con un lavoro fisso quanto la quarantena abbia inciso sul loro portafogli. Ecco alcune testimonianze.

Giovani lavoratori e coronavirus: le conseguenze

Graziana, 24 anni, revisore contabile

Io lavoro in una nota società di revisione contabile e consulenza alle aziende. Il mio è un lavoro particolare, perché il mio ufficio svolge alcune delle attività di revisione ma il 70% del personale è costituito da ragazzi in stage con un’ età media di 23-25, per i quali quest’esperienza rappresenta l’opportunità d’ingresso nel modo del lavoro come revisori.
Il coronavirus non ci ha fermato, perché dal 24 febbraio lavoriamo in smart work e abbiamo dovuto ripensare le modalità di gestione di molte attività. Strumenti come le chat, i meeting in video conferenza o la condivisone dello schermo ci permettono di essere più vicini anche da casa e ricreare parzialmente il clima di condivisione che si creava in ufficio. Abbiamo dovuto fare a meno di qualsiasi documento stampato a beneficio dei formati digitali e ripensare le modalità del training on the job per i ragazzi.
Lo smart work ha i suoi aspetti positivi: ci permette di lavorare comodamente senza doverci preoccupare dello standing curato e si possono gestire meglio gli aspetti della vita extra-lavorativa. Tuttavia lavorando da casa si rischia di non staccare davvero dalle preoccupazioni lavorative e cosa ancor più grave, viene meno quell’elemento di socialità che era un punto di forza del nostro ufficio. L’aperitivo il venerdì sera e la pausa pranzo fuori, ma anche la semplice presenza fisica di altre persone permetteva l’istaurarsi di un forte affiatamento nel team, che unito, riusciva a gestire anche scadenze particolarmente impegnative. Ora, tra gli stagisti è vento meno questo entusiasmo, questo interesse e ciò si ripercuote purtroppo anche sulla qualità dei lavori che questi presentano.
Lo smart work è stata la soluzione ideale nel periodo dell’emergenza, ma protrarlo così a lungo è estremamente rischioso, per cui posso dire ..non vedo l’ora di tornare in ufficio a settembre

Graziana (revisore contabile)

Erica, 25 anni, logopedista

In questi mesi di emergenza sanitaria il mio modo di lavorare è cambiato drasticamente. Sono una logopedista e mi occupo della riabilitazione del linguaggio e degli apprendimenti in bambini di diverse età con diverse patologie. Il mio lavoro si basa oltre che sulle competenze tecniche professionali sulla capacità di entrare in relazione con l’altro, sull’empatia, sulla capacità di ascolto, sul contatto umano. Tutta la nostra categoria si è interrogata su come fare per non abbandonare i nostri piccoli pazienti in questo periodo delicato in modo tale da non perdere i progressi acquisiti. Ma come fare senza la possibilità di vedersi, di toccarsi, di giocare ? Da questi desideri e interrogativi è nata la “teleriabilitazione”, già molto diffusa nei paesi anglosassoni ma poco praticata in italia. Si tratta in poche parole di sedute di logopedia online utilizzando app di videochiamate e costruendo attività/giochi/esercizi al computer. Non è stato per niente semplice adattarsi a questo cambiamento: si tratta comunque di nuovo modo di relazionarsi con il paziente e i tempi per la realizzazione delle attività sono molto lunghi. Ho studiato assiduamente per capire come reinventare la mia attività cercando di rendere le mie sedute efficaci e alla fine i risultati sono stati ottimi. I genitori dei miei piccoli pazienti, inizialmente titubanti, si sono mostrati molto soddisfatti e i bambini sono stati entusiasti di poter fare logopedia con un mezzo digitale. In questo modo ho potuto continuare la mia attività e non lasciare i pazienti da soli anche se a distanza. Terminato il periodo di quarantena, il mio lavoro ha continuato, per la maggior parte, a svolgersi a distanza, in quanto i genitori hanno preferito tale modalità rispetto alla ripresa in studio. Non so come si evolveranno le cose nei prossimi mesi. Mi manca sicuramente il contatto con i bambini, i loro sorrisi e i loro abbracci e quindi comunque mi auspico di rivederli fisicamente il prima possibile. Tuttavia ho imparato, proprio grazie a questo periodo di quarantena, che bisogna essere flessibili, riuscire a cambiare la propria forma mentis per adattarsi velocemente alle situazioni che si presentano davanti ed essere aperti a nuove soluzioni.

Erica (logopedista)

Alessia, 25 anni, barista

Sono diventata barista non per caso, ho scelto questo mondo, ho scelto di vivere a contatto con le persone, quel contatto che negli ultimi mesi è cambiato radicalmente. I primi giorni di marzo nella mia zona i casi positivi al covid erano pochi, io iniziai a mettere la mascherina a lavoro per precauzione nei miei confronti, ma soprattutto nei confronti degli altri. Venni presa in giro, etichettata come paranoica, con la solita storia del “tanto sei giovane, a te il virus non fa nulla”.
Da lì ad una settimana aumentarono i casi, fui avvisata per messaggio che avrebbero dovuto licenziarmi, nessuno sapeva come affrontare la situazione e bisognava ridurre al minimo le spese. Inutile sottolineare la frustrazione di quei giorni. Subito dopo arrivò il decreto che, tra le tante direttive, impedì alle aziende di licenziare il personale. Da allora sono in cassa integrazione. Tre lunghi mesi senza poter fare quello che amo. Ora i bar sono aperti, gli stabilimenti balneari si preparano per la stagione estiva e, come tante altre attività, avrebbero bisogno di più personale per far sì che vengano rispettate tutte le norme che comporta il distanziamento sociale, ma volendo affrontare la realtà, non ci sono abbastanza guadagni neppure per mantenere il personale già assunto. Mi hanno insegnato a non mollare la spugna nascondendomi dietro frasi come “non si trova lavoro”, ma per la prima volta credo che per molti come me, effetti collaterali dei tagli al personale, sarà difficile ripartire e inevitabilmente si creerà competizione. Di una cosa son sicura, le direttive da seguire sono necessarie ed è inutile lamentarsene, ma non sarà più lo stesso lavorare nascondendo il sorriso dietro una mascherina o senza poter aspettare i clienti abituali che vengono al bar solo per scambiare due chiacchiere al bancone.

Alessia (barista)

Maria Teresa, 24 anni, Dottoressa in Lingue e Letterature straniere

L’ ultimo giorno in cui mi sono recata a lavoro era il 9 marzo, era un lunedì e ancora ricordo l’incertezza che mi assaliva per tutta la situazione che si era venuta a creare nei giorni precedenti. Mi domandavo come avremmo gestito le ripetizioni, sia quelle individuali che quelle di gruppo, o se non avremmo gestito nulla in seguito ad una eventuale chiusura.
Da subito il centro studi presso cui lavoro aveva scritto come gestire le lezioni a distanza utilizzando principalmente le app di messaggistica, whatsapp e/o Messenger.
Ci eravamo organizzati in giorni, che rimanevano gli stessi di quando prestavamo il servizio di persona, e a seconda delle richieste da parte dei ragazzi avremmo fatto lezione.
Io lavoro con i ragazzi della secondaria di secondo grado, le superiori insomma, e ho visto che la richiesta era diminuita di molto. Praticamente ero passata dal lavorare in media con 6 ragazzi alla volta a due in tutto il periodo di quarantena, anche in maniera sporadica.
Nei primi giorni mi ha fatto sentire a terra questa diminuzione perché non mi vedevo più con uno scopo, con una “missione”.
I ragazzi che mi chiedevano aiuto invece mi hanno permesso di capire che se vi è la volontà e vi sono i genitori alle spalle che sanno indirizzare i propri figli -soprattutto in un periodo buio-, si può continuare a prestare un servizio di ripetizioni.
Anzi, forse proprio perché ci si riesce a dedicare “esclusivamente” ad uno studente per volta, anche se attraverso messaggi o vocali e con foto, magari si riesce ad ottimizzare la resa del proprio lavoro.

Maria Teresa (Dottoressa in lingue)

Paola, 27 anni, impiegata

Ciao sono Paola, ho 27 anni e lavoro in una multinazionale. Ero abituata, prima del Covid, ad andare in ufficio, ad interloquire con i miei colleghi prendendoci delle piccole pause di lavoro accanto ad un buon caffè. Con il Covid, invece è stato introdotto l’ormai noto smart working, che nonostante la distanza, mi ha permesso di continuare a svolgere la mia attività lavorativa continuando ad avere soddisfazioni e a fare tesoro dei “break improvvisati”. tra colleghi, in cui tra una call e un caffè su Skype mi aiutava a sentirmi meno sola.
Con la riapertura la situazione non è cambiata, le restrizioni sono rimaste e continueranno per un bel po’. Sto continuando a lavorare da casa che per quanto sia produttivo dall’altro ti fa sentire imprigionata tra le mura della tua stanza che è diventata la tua postazione di lavoro.
Spero che si tornerà ad una situazione di normalità, ad un saluto fisico tra colleghi continuando a dare il massimo e a godere delle piccole cose come quel “caffè” che univa sorrisi e traguardi raggiunti con il team, tutti insieme.

Paola (impiegata)

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