Intervista a Postino: il cantante che si divide tra ambulatori e concerti

Samuele Torrigiani, in arte Postino, canta la vita con un tocco di ironia e critica sociale. Cantante e cantautore indie italiano, ha fatto della sua passione un lavoro. I suoi testi affondano le radici nel cantautorato italiano ispirandosi tra i tanti a Dalla e Battiato e le cifre del suo successo parlano di più di 120mila ascoltatori mensili di Spotify e 700mila visualizzazioni su YouTube.

Ma non solo tour di concerti e sale di registrazione, nel frattempo Samuele si è laureato in medicina e vuole iniziare la specializzazione in psichiatria. FreedArte lo ha intervistato per conoscerlo un po’ meglio.

Qual è il primo ricordo che hai della musica?

Allora, il primo… mi ricordo quando ero piccolo, due o tre anni… la mia mamma aveva messo su un vinile di un artista, Afric Simone. Io ho scoperto solo a posteriori come si chiamasse. Cantava una canzone che si intitolava Ramaya… me l’aveva insegnata mia madre. Lui è del Mozambico e cantava nella sua lingua, non ho idea di quale lingua sia. Forse sì, è il primo ricordo della musica: questa canzone e la mia mamma che me la insegna. Mia mamma, tra l’altro, negli anni ’60 era stata allo Zecchino d’Oro e quindi mi faceva cantare anche quelle canzoni lì. La mia passione per la musica nasce in famiglia, soprattutto da mia madre. Entrambi i miei genitori hanno fatto piano bar, ma a livello amatoriale.

Quali sono i tuoi artisti preferiti?

Tendenzialmente ascolto la musica italiana e soprattutto Brunori per la nuova scena. Credo che attualmente sia uno dei migliori per il cantautorato “pop”. Per quanto riguarda gli artisti con cui sono sempre cresciuto… si tratta principalmente di Battiato e Dalla. In “Fuori dalla disco” mi sono ispirato a “Disperato erotico stomp” di Dalla, l’ho detto anche più volte ai concerti.

Quindi guardi molto al cantautorato italiano?

Diciamo che preferisco ascoltare musica italiana perché do molta importanza al testo e penso che l’italiano sia una lingua che raggiunge una profondità concettuale superiore all’inglese, ancora di più dell’italiano lo fa il tedesco. Per esempio, in italiano puoi distinguere tra felicità e contentezza, in inglese no, mentre anche in tedesco esiste questa distinzione. Insomma, te lo capisci bene quando parlo di felicità e quando di contentezza. La felicità è qualcosa che sta nell’iperuranio, che non la provi neanche mai nella vita. Quando provi la felicità neanche sai che la stai provando. 
Nella vita, se riesci a trovare degli attimi di felicità non li percepisci neanche, non è qualcosa di duraturo. Al massimo può perdurare la contentezza… per quanto mi riguarda, la maggior parte del tempo lo passo tra uno stato d’animo che varia dall’apatia alla malinconia, ma perché io sono così.

Da dove nasce il nome Postino?

Quando ero alle medie ho creato il mio primo account per iscrivermi a Messanger, avevo 11 anni. Non so cosa ho pensato, forse ho collegato la posta elettronica alla figura del postino… e così ho creato una mail scrivendo “samueleilpostino”… anche quando dovevo darla ai professori, usavo quella. Tutti i miei amici poi hanno iniziato a chiamarmi Postino per questo fatto e hanno continuato a farlo anche prima (e ovviamente dopo) del progetto musicale.

A quanti anni hai scritto la tua prima canzone? Ricordi ancora qualche parola?

Avevo circa 15 o 16 anni, quando ebbi la mia prima delusione amorosa ed era una canzone rap.
Sai, qualche frase non era malaccio. Ci ripensavo ultimamente… “è impossibile descrivere ciò che ho dentro, ho rimandato decisioni sperando nel tempo…ma è inutile continuare una storia consumata ma vera… da un errore che ha rovinato l’incanto che c’era…” robe così, era tutto un incrocio di rime. Te la so dire bene, perché la stavo cantando l’altro giorno con la chitarra.

Le storie che racconti con la tua musica, spesso parlano d’amore. Hai una musa ispiratrice?

Tutto quello che scrivo è tratto dalle mie esperienze personali. Ci ho anche provato, ma non mi riesce scrivere canzoni personali su altri o su cose che non ho vissuto in prima persona. “Blu”, “Ambra era nuda”, “Quando non parli” sono tutte storie che ho vissuto realmente, tutti i miei brani raccontano cose realmente accadute. “Blu” e “Ambra” raccontano la fine di una storia, della stessa storia. “Come le balene” di un momento di crisi di un’altra storia. La più vecchia l’ho scritta a 19 anni. Ho raccontato quello che mi è accaduto dai 19 ai 26 anni. Io non sono uno che scrive venti canzoni in un anno, non so scrivere a comando, se mi metto la mattina pensando di scrivere qualcosa, non scrivo niente. Quando sento la musica pop che c’è in giro oggi, sento che è un po’ di ‘plastica’, dietro non c’è realmente una storia, è quasi un mettersi a tavolino.

Nel brano “Ambra era nuda”, canti che alla fine, “vince sempre chi si spoglia per primo”. Cosa intendi?

Ovviamente è una metafora, il vero significato è celato sotto lo spogliarsi. Non è uno spogliarsi fisicamente, ma un mettersi a nudo. Vince chi condivide delle emozioni, chi lascia spazio all’empatia, spogliandosi di quelle maschere sociali che tutti indossiamo per apparire in una certa maniera… lasciarsi andare per apparire come siamo realmente, noi stessi. A un certo punto dico il contrario: “perde sempre chi si spoglia dopo”. Anche se una storia finisce male, se tu ti sei fatto vedere per come realmente sei, per te finisce senza rimpianti, perché hai fatto il massimo che potevi fare.

Cosa pensi del panorama indie di oggi?

Indie non significa niente, è semplicemente indipendente in inglese. Io sono uscito fuori da un’etichetta locale vicino Firenze, mi sono anche autoprodotto il disco in buona parte. La metà del panorama indie attuale ormai sta con la major, non possiamo neanche più definirlo indie.
Si può intendere l’indie come quella moda che è scoppiata e che ora è anche un po’ finita. Anche io ho un po’ cavalcato quell’onda lì e all’epoca mi ha fatto anche un po’ comodo. Col tempo però cerchi di prenderne le distanze, ormai sembra tutto un copia-copia, dicevo prima: non c’è sincerità sotto.
Se dobbiamo pensare ai veri precursori dell’indie pensiamo agli Afterhours, ai Verdena e poi dopo, alla fine del 2010 sono arrivati i Cani che hanno un po’ aperto il tutto. Sicuramente Gazzelle e Calcutta poi sono quelli che hanno reso popolare questo genere. Della scena attuale poi non conosco, avevo un po’ la nausea. Avevo un po’ la nausea anche dei miei pezzi, son sincero.

La quarantena ha influito sulla tua scrittura?

Durante la quarantena ho continuato a lavorare praticamente come prima. Lavorando in ospedale non mi è cambiato niente, ho passato pochi giorni in casa. Feci un brano in una diretta Instagram, ma ancora non ho deciso come si chiama, forse “Camerette vuote”, l’avevo scritto sei mesi prima. Come ho detto, se non sento la necessità di scrivere, non lo faccio.

C’è qualcosa di nuovo in programma, nonostante il tuo lavoro?

Durante la specializzazione, per un discorso legato al contratto lavorativo, non potrò fare niente. Ho cinque o sei brani a cui sono molto affezionato e mi dispiace non siano mai venuti alla luce, credo di far uscire qualcos’altro tra tre anni, ma non posso dirlo con certezza. Ammetto che mi dispiacerebbe lasciare il progetto musicale così, senza pubblicare un secondo album.

Come hai fatto a conciliare la vita d’ateneo ai tour?

Mi sono laureato in medicina a 24 anni, 24 anni e mezzo e nel frattempo suonavo da solo in cameretta. Fino a quell’età ho suonato solo al pub alle 3 di notte per i miei amici e loro mi hanno dato l’idea di incidere un disco, anche solo per regalarlo ai miei amici e parenti. Ho raccolto i soldi durante la mia festa di laurea per poter incidere il disco e poi lì mi è stato detto di fare un progetto più serio. In sei mesi mi sono messo in studio con Renato, il produttore, quindi abbiamo iniziato a ‘vestire’ i brani di elettronica, elettro-vintage, come piace a me (inizialmente era solo voce e chitarra). In quell’anno, quando ho fatto i tour (70 date), facevo la guardia medica, ma avevo già finito di studiare. Entrato alla specializzazione è finito Postino, diciamo.
Comunque sono molto ossessivo, lo sono stato sia nell’università che in Postino. Se devo fare qualcosa non so farla male o a metà. Non mi piaceva l’idea di non sapere affrontare un palco, mi sono trovato improvvisamente a cantare davanti a 300 o anche 400 persone, quindi mi sono iscritto a lezione di canto per un anno. Sono stato tante ore a provare, provare e provare per ridurre al minimo lo sbaglio che poi ovviamente capitava. Poi impari a gestirla e piano piano diventa sempre più naturale, dal terzo tour in poi ero più sciolto.

 

Intervista di Giovanna Pasciuto

 

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