(🇮🇹/🇬🇧)Il mistero della scritta della fibula prenestina: è autentica?

La fibula prenestina – Twitter

🇮🇹 Lo strano caso della fibula prenestina e la nascita della lettera F

Quando nel 1886 l’archeologo tedesco Wolfgang Helbig svelò al pubblico per la prima volta la sua scoperta nessuno poteva immaginare che un minuscolo artefatto avrebbe causato un dibattito infinito, che avrebbe suscitato una disputa pubblica e che avrebbe portato con sé un paio di cause legali internazionali. Da quel momento la fibula prenestina, una spilla d’oro recante un’iscrizione latina, ora esposta al Museo Preistorico Luigi Pigorini di Roma, non ha mai smesso di ammaliare ed affascinare. E a un buon diritto, potremmo aggiungere, dal momento che dimostrare la sua autenticità significherebbe riconoscere di aver scoperto il più antico documento in lingua latina. Datata approssimativamente al settimo secolo a.C., la spilla supererebbe in antichità persino la misteriosa iscrizione di Duenos che in passato si pensava costituisse la prima attestazione della lingua latina.

Dubbi sull’autenticità

Le circostanze misteriose che portarono al ritrovamento della fibula, dapprima presentata come un dono spontaneo di un amico a Helbig, poi come trafugata dalla tomba Bernardini a Praeneste (ora Palestrina), hanno naturalmente suscitato dubbi riguardo l’autenticità della spilla e delle presunte prime parole latine iscritte su di essa. La risposta più dura giunse nel 1980 dall’epigrafista italiana Margherita Guarducci, la quale sostanzialmente ritenne la fibula un falso clamoroso la cui paternità non poteva che essere attribuita ad un abile linguista quale Helbig stesso. Sebbene le osservazioni della Guarducci fossero essenzialmente di natura tecnica, gli argomenti più discussi intorno all’autenticità della fibula, e forse più interessanti, rimangono le sue peculiarità linguistiche.

L’iscrizione consiste in una breve frase: “MANIOS MED VHEVHAKED NVMASIOI”, che in Latino classico potrebbe essere trasposta come “Manius me fecit Numerio” (“Manio mi ha fatto per Numerio”). Alcune delle peculiarità linguistiche e delle differenze con il Latino classico sono relativamente semplici da individuare, e sicuramente alla portata di un presunto falsificatore della fine del diciannovesimo secolo: la desinenza –os per il nominativo e –oi per il dativo, la forma –ed per l’accusativo del pronome personale, l’assenza dell’indebolimento che avrebbe poi interessato ed indebolito le vocali presenti in sillabe non iniziali (ad esempio NuMasius sarebbe divenuto *NumEsius, prima di rendere la forma finale Numerius). L’iscrizione sarebbe poi antecedente al fenomeno tipicamente Italico del rotacismo che rese le –s- intervocaliche delle –r- e risalente al quarto secolo a.C. circa ( fenomeno tra l’altro ancora visibile in alcuni dialetti italiani d’oggi). La forma delle lettere, paragonabile ad alcune iscrizioni in greco di Cuma, così come il verso dell’iscrizione che si legge da destra verso sinistra, sembrano suggerire per la datazione il settimo secolo a.C. Tutte queste caratteristiche del Latino arcaico, tuttavia, erano ben conosciute e facilmente disponibili per un qualsiasi linguista della fine del diciannovesimo secolo, che avrebbe benissimo potuto riprodurle sulla fibula così da creare il suo falso epigrafico.

Bisogna pertanto esaminare ciò che non era attestato nel diciannovesimo secolo ed è invece presente nell’iscrizione. Due caratteristiche catturano la nostra attenzione. La prima è il perfetto con raddoppiamento, ossia una forma verbale tipicamente indoeuropea costruita attraverso la ripetizione della consonante iniziale della radice verbale seguita da una –e. Sebbene sia presente in gran numero in greco ed in sanscrito, il latino preserva il raddoppiamento solo per alcuni verbi. Facio, il verbo in questione, non è fra questi sopravvissuti. Alcuni, come Lazzaroni, hanno ipotizzato che quest’idea fosse stata suggerita al falsificatore da altre iscrizioni italiche o dalle speculazioni erronee di alcuni linguisti storici colleghi di Helbig. Nonostante non sia facile da dimostrare, tuttavia, è comunque possibile pensare che questi stessi esemplari italici di ‘fefaci o ‘fefakust’ siano paralleli significativi per attestare l’esistenza di una forma provinciale di perfetto che divergerebbe dal latino “canonico” di Roma.

La seconda peculiarità dell’iscrizione sta nella forma di alcune lettere. La ‘V’ trascritta nella parola ‘VHEVAKED’ è in realtà presente sulla fibbia come un digamma greco ϝ seguito dall’aspirata H. La lettera che il greco perse già nel suo periodo classico rappresentava il fonema /w/, sia con il suo valore consonantico /v/ che con il suo valore vocalico /u/. Questo era di certo noto ai tempi di Helbig, così come il fatto che questa lettera avesse fatto la sua comparsa nell’alfabeto etrusco con lo stesso valore che aveva in quello greco. Quello che Helbig non poteva sapere, tuttavia, era che gli Etruschi cominciarono ad adottare il digamma ϝ per indicare il fonema /f/ semplicemente aggiungendo il tipico segno dell’ aspirazione H dopo di esso. Abbiamo sulla fibula un fortunato esemplare linguistico che attesta una fase intermedia in cui un digrafo, ϝH, veniva utilizzato per indicare il singolo fonema /f/. Fu solamente in seguito, con l’alfabeto latino, che non ci fu bisogno di utilizzare il digamma con il suo valore di /w/ (rappresentato già con V): la distinzione che l’etrusco effettuava attraverso la giustapposizione della lettera H divenne superflua. L’H venne così abbandonata per ragioni pratiche, e il singolo grafema F giunse ad indicare la fricativa /f/. Così nacque la lettera F come la conosciamo oggi.

Tutto ciò non era noto nel 1887 e non vi era alcun esempio di quest’uso dell’etrusco. Ironicamente, fu solo dopo qualche mese dalla scoperta della fibula che furono rinvenute le prime iscrizioni etrusche e venetiche che mostravano questo singolare uso del digrafo. Anche il nome Numasius, d’altra parte, non era mai stato rinvenuto in nessuna iscrizione prima della fibula prenestina. Perché, dobbiamo chiederci, un falsificatore avrebbe voluto inventare di sana pianta un nome non attestato, quando invece doveva cercare di simulare il più possibile l’autenticità dell’iscrizione? Nella vasta scelta di nomi etruschi che avrebbe potuto scegliere, Numasius sembrerebbe un’invenzione molto strana. E infatti non è così: solo dieci anni fa una nuova iscrizione da Caere ha rivelato agli studiosi l’esistenza del nome gentilizio ‘numasiana’, corrispondente con il latino Numasius. Se Helbig avesse falsificato l’iscrizione avrebbe dovuto essere un indovino ed un mago, oltre che un linguista.

Il dibattito sulla fibula è durato più d’un secolo. Tra l’isteria degli accademici e le tesi più disparate, i linguisti e gli archeologi hanno avuto a che fare con una delle dispute più accese della storia della linguistica e dell’epigrafia (che portò persino ad una causa legale nel caso della Guarducci). La disputa ha avuto fine nel 2011, quando un team di esperti, attraverso un microscopio elettronico, ha trovato tracce sulla fibula di microcristallizzazione, un fenomeno che impiega secoli per essere completato. La fibula è autentica. Sebbene le analisi chimiche abbiano posto la parola “fine” a questa odissea, è bene notare che le caratteristiche linguistiche sono sempre state disponibili a suggerirci la giusta soluzione. Da sempre, attraverso gli anni e i decenni, le parole durature della fibula d’oro ci hanno sempre parlato e hanno sempre contenuto la chiave per decifrare il messaggio e risolvere lo strano caso della fibula prenestina.

Valentino Gargano

🇬🇧 The strange case of the Praeneste Fibula and the birth of the letter F

When in 1887 the German archaeologist Wolfgang Helbig first disclosed his discovery to the public, no one could ever imagine the extent to which this miniscule artefact would somehow stir worldwide scholarly discussion, elicit public controversy, and bring about one or two international legal lawsuits. Ever since, the Praeneste Fibula, an inscribed golden brooch found in Lazio now on show in the Museo Preistorico Luigi Pigorini in Rome, has never ceased to fascinate and tantalise. Naturally enough, we could add, since proving its authenticity would mean to acknowledge our discovery of the oldest specimen of the Latin language, approximately dating back to the 7th century BCE and surpassing even the mysterious Duenos inscription, which had before been thought to be the earliest instance of Latin of all times.

Issues about the authenticity

The nebulous circumstances which led to its discover, unveiled at first as the spontaneous present of a friend to Helbig, later admittedly smuggled from the Bernardini Tomb in Praeneste (now Palestrina), have naturally raised issues about the authenticity of the brooch and of the inscribed, allegedly first words of recorded Latin language. The fiercest response came in 1980 by the Italian epigraphist Margherita Guarducci, who substantially regarded the fibula as a tremendous forgery whose authorship could not but be attributed to some skilled linguist as Helbig himself together with an art dealer. Although Guarducci’s objections were of technical nature, the most disputed matters remain the linguistic peculiarities of the brooch.

The inscription runs as follows: ‘MANIOS MED VHEVHAKED NVMASIOI’, which in classical Latin would be ‘Manius me fecit Numerio’ (‘Manius made me for Numerius’). Some of the linguistic differences with classical Latin are quite easy to discern, and readily available for a theoretical forger at the end of the 19th century: the archaic ending –os for the nominative and –oi for the dative, the –ed form of the accusative personal pronoun ‘me’, the absence of the so-called ‘discolouration’ of vowels which will strike and weaken vowels in non-initial syllables (e.g. NumAsius becoming *NumEsius, before yielding the final Numerius). The text is indeed also antecedent to the typically Italic phenomenon of rhotacism which turned intervocalic –s- into –r- in the 4th century BCE circa, and which can still be found in some Italian dialects nowadays. The shape of the letters, comparable to some Greek inscriptions at Cumae, as well as the right-to-left verse of the inscription, seem to point at an archaic age which could theoretically be the 7th century BCE. All these features of archaic Latin, nevertheless, were a matter of common knowledge for a well-informed linguist and classicist in the 19th century, who might have easily reproduced them to yield a forgery.

It is therefore worth looking at what was not attested by the 19th century and is instead present in the inscription. Two features of it capture our attention. The first one is the reduplicated perfect, that is a typical Indo-European form of a past tense constructed by repeating the initial consonant of the verbal root followed by an –e. Though vastly present in Greek and Sanskrit, Latin preserved the reduplication only for particular verbs. Facio, the verb at issue, is not among these survivors. Some, like Lazzaroni, have argued that this might have been suggested to the forger by either other Italic inscriptions or the (wrong) speculations of historical linguists of Helbig’s time. Even though this is not easy to prove, it is likewise possible to assert that these same Italic instances of ‘fefaci’ or ‘fefakust’ could be significant parallels to attest the existence of a provincial form of perfect tense that would diverge from the canonical Latin of Rome, most likely to have happened in Praeneste.

The second peculiarity of the inscription lies in its spelling. The ‘V’ transcribed in the word ‘VHEVHAKED’ is actually present on the brooch as a Greek digamma ϝ followed by the aspiration sound H. The letter, which Greek had already lost in its classical period, represented the glide /w/, both for consonantal /v/ and vocalic /u/. This was certainly known by Helbig’s time, as well as the fact that this letter had intruded into the Etruscan alphabet with the same value as in Greek. What Helbig could not have known, instead, was the fact that Etruscans started to employ the digamma ϝ to indicate the phoneme /f/ just by adding the typical grapheme of aspiration H after it. What we have on the fibula is a pretty fortunate instance of an intermediate phase in which a digraph, ϝH, would be employed to indicate the single phoneme /f/. It was only later in time that the Latin alphabet did not feel the need to use ϝ with its value of /w/ (represented already by V) and thus regarded the Etruscan distinction with the H unnecessary. The H was then dropped for practical reasons, and the single grapheme F came to stand only for the fricative /f/. Thus the letter F, as we know it, was born.

All of this was unknown in 1887 and no instance of this Etruscan use was attested. Paradoxically enough, the first Etruscan and Venetic inscriptions showing this peculiar usage of the digraph were found just a few months after the discovery of the Praeneste Fibula. The presence of the name Numasius is also quite relevant. The name had never been attested in any inscription. Why would a forger randomly fabricate a name when he needed to simulate authenticity? Among the vast range of Etruscan appellatives at hand, Numasius stands out as an odd choice. Yet still, just a decade ago a newly found inscription from Caere yielded to the scholars the existence of the Etruscan aristocratic name ‘numasiana’, corresponding to the Latin Numasius. If Helbig had forged it, he should have been trained in divination and occultism too. We cannot account for that.

The debate about the Fibula lasted more than one century. Among the scholarly hysteria and the most disparate theses, linguists and archaeologists have been dealing with one of the most intense discussions in the history of language (which even led to a lawsuit in the case of Guarducci). The dispute ended in 2011, when a research team found through a scanning electron microscope traces of micro-crystallisation on the fibula, a phenomenon that could have only taken several centuries to be completed. The brooch is authentic. Although physical and chemical analyses have finally put the word ‘end’ to this Odyssean ride, it is worth noticing that linguistic evidence has always been there to suggest the right solution. Over the years and over the decades, the everlasting words in the golden inscription have always spoken to us and have always contained the key to decipher the message and solve the strange case of the Praeneste Fibula.

Written and translated by Valentino Gargano

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