(🇮🇹/🇬🇧)The Farewell – Una bugia buona: recensione del film

🇮🇹 The Farewell – recensione del film

Il 2019 è stato un anno memorabile per il cinema e non manca di stupire anche nei suoi ultimi giorni. Dal 24 dicembre è uscito nelle sale The Farewell – Una bugia buona. Prima di diventare un film, la storia, «tratta da una bugia vera» ed autobiografica, era stata narrata nel 2016 all’interno del programma radiofonico This American Life dalla regista Lulu Wang, con il titolo What You Don’t Know. Negli Stati Uniti, la pellicola è stata presentata in anteprima al Sundance Film Festival; mentre in Italia ha fatto parte del programma della Festa del cinema di Roma.

The Farewell: la trama

Billi (Awkwafina) è nata in Cina, ma si è trasferita con i genitori negli Stati Uniti all’età di sei anni. A tenere vivo il contatto con il Paese natale è lo stretto legame con Nai Nai (Zhao Shuzhen), l’anziana ma energica e solare nonna paterna. Quando a Nai Nai viene diagnosticato un cancro, l’intera famiglia, emigrata in diverse parti del mondo, decide di tornare a casa, per passare del tempo con lei per l’ultima volta. Come spesso accade in Cina, però, i parenti decidono di non rivelare a Nai Nai della sua malattia e, per non destare sospetti, usano come pretesto per il ritrovo famigliare il matrimonio del cugino di Billi Hao Hao (Chen Han), organizzato frettolosamente per l’occasione.

Oriente, Occidente e sentimenti

The Farewell porta sullo schermo un incontro-scontro tra le distanti sensibilità orientale e occidentale. Tale contrasto è incarnato nella figura della protagonista. Tornata dopo tanti anni, la Cina non ha più il sapore di casa e Billi è perennemente combattuta tra il rispetto della volontà della propria famiglia e il suo personale desiderio di confessare a Nai Nai la verità, affinché la nonna possa decidere come sfruttare il tempo che le rimane.

Lulu Wang si astiene da giudizi morali o moralistici e preferisce dare spazio all’autenticità dei sentimenti, regalandoci un ritratto di famiglia onesto e mai edulcorato. Il nucleo centrale del film, dunque, non è il decretare aprioristicamente se sia giusto o sbagliato tenere Nai Nai all’oscuro, e quindi decidere da che parte del globo stia la ragione, ma raccontare come i confini geografici si dissolvano davanti ad affetti e sentimenti universali.

Donne a confronto

Un altro incontro che ha luogo in The Farewell è quello tra generazioni. A casa di Nai Nai nonni, genitori, zii, nipoti si confrontano, si parlano, non si capiscono. In particolare, Billi e sua madre Jian (Diana Lin) entrano spesso in conflitto, a causa della risposta diversa che danno ad una sola, ingombrante domanda: esiste un modo giusto di affrontare, ma soprattutto di manifestare, il dolore? Il viso di Billi (grazie all’emozionante performance di Awkwafina) lascia trapelare la tristezza per la sorte della nonna e il disagio del non poterne parlare. Gli occhi velati, i sorrisi poco convincenti e i lunghi silenzi di lei contrastano con la fermezza, il contegno e l’imperturbabilità di Jian, decisa a portare sulle proprie spalle non solo la malattia di Nai Nai, ma anche la sofferenza della figlia e la fragilità del marito Haiyan (Tzi Ma).

In The Farewell, infatti, le donne costituiscono gli incrollabili pilastri di una famiglia matriarcale di cui Nai Nai è il centro. Capaci al contempo di una toccante gentilezza e di una granitica disciplina, sono le uniche a non cedere mai, non per freddezza, ma grazie alla consapevolezza dell’importanza della decisione presa e del ruolo che ricoprono in essa.

Un abbraccio cinematografico

Lulu Wang ha anche scritto il film. A lei va dunque il merito di una sceneggiatura equilibrata e genuina, priva di lunghi e saggi discorsi sulla vita e sulla morte e colma invece di disinvolta normalità. Sguardi e gesti danno alla narrazione del quotidiano una ritrovata dignità, che spesso il cinema le nega, privilegiando poco realistiche frasi ad effetto e dialoghi di esasperata drammaticità.

Alla scrittura e alla regia – oltre che alle ottime interpretazioni da parte del cast – è poi dovuta la vividezza dei personaggi. A prescindere dal numero di inquadrature a loro dedicate e dall’importanza che rivestono ai fini narrativi, ogni volto è impreziosito da una eloquente espressività, che, insieme ad una fotografia che predilige i colori tenui e delicati, accolgono lo spettatore in un’atmosfera avvolgente e rassicurante, come l’abbraccio di una nonna.

Cristina Sivieri

🇬🇧 The Farewell: film review

2019 has been a memorable year for cinema and it doesn’t fail to amaze even in its last days. Since December 24th, in fact, has been released in theaters The Farewell. Before becoming a movie, the story, autobiographical and “based on a true lie”, was narrated in 2016 within director Lulu Wang’s radio program This American Life, with the title What You Don’t Know. In the United States, the movie premiered at the Sundance Film Festival; while in Italy it was part of the Rome Film Festival program.

The Farewell – plot

Billi (Awkwafina) was born in China, but moved to the United States with her parents at the age of six. It’s her close relationship with Nai Nai (Zhao Shuzhen), her elderly but strong and cheerful paternal grandmother, that keeps alive her contact with her birthplace. When Nai Nai is diagnosed with cancer, the whole family, emigrated to different parts of the world, decides to go home, to spend time with her for the last time. As often happens in China, however, relatives decide not to reveal to Nai Nai about her illness and, in order not to arouse suspicion, they use the wedding of Billi Hao Hao’s cousin Hao Hao (Chen Han) as a pretext for that hurried family gathering.

East, West and feelings

The Farewell brings to the screen the collision between the opposite Eastern and Western sensibilities. This contrast is embodied in the figure of the protagonist. Back in her mother country after so many years, Billi doesn’t feel like China is her home and she is perpetually torn between respect for her family’s will and her personal desire to confess the truth to Nai Nai, so that her grandmother can decide how to use the time that she has left.

Lulu Wang abstains from moral or moralistic judgments and prefers to give space to the authenticity of feelings, giving us an honest and never sugarcoated family portrait. The central core of the film so isn’t aprioristically deciding whether it’s right or wrong to keep Nai Nai in the dark, and therefore deciding which is the best, but showing how geographical boundaries dissolve in front of universal emotions and feelings.

Different women

Another collision that takes place in The Farewell is the one between generations. At Nai Nai’s house grandparents, parents, uncles, grandchildren confront each other, talk to each other, fail to understand each other. In particular, Billi and her mother Jian (Diana Lin) often come into conflict, due to the different answer they give to a single, cumbersome question: is there a right way to deal with pain, but most of all to show it? Billi’s face (thanks to Awkwafina’s moving performance) reveals her sadness for her grandmother’s fate and her discomfort for not being able to talk about it. Her watery eyes, her unconvincing smiles and her long silences contrast with Jian’s firmness, demeanor and imperturbability, since the woman is determined to carry on her back not only Nai Nai’s illness, but also her daughter’s suffering and her husband Haiyan (Tzi Ma) fragility.

In The Farewell, in fact, women constitute the unshakable pillars of a matriarchal family of which Nai Nai is the center. At the same time capable of touching kindness and granite-like discipline, they are the only ones who never give in, not out of coldness, but because they acknowledge the importance of the decision taken and the role they play in it.

A cinematic embrace

Lulu Wang also wrote the screenplay. So she deserves the credit for a balanced and genuine screenplay, devoid of long and wise speeches about life and death and full instead of casual normality. Glances and gestures give a rediscovered dignity to the narration of the, dignity that cinema often denies, favoring unrealistic catchphrases and overly dramatic dialogues.

The vividness of the characters is due to screenwriting and direction – as well as the cast’s excellent interpretations. Regardless of the number of shots dedicated to them and the importance they have for narrative purposes, each face is embellished with an eloquent expressiveness, which – alongside with a cinematography that prefers soft and delicate colors – welcome the viewer into an immersive and reassuring atmosphere, similar to a grandmother’s embrace.

Translated by Beatrice Toscano

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