(🇮🇹/🇬🇧)Diversità e pregiudizi: l’esperienza di Greta

Iniziamo quindi la nostra nuova rubrica di attualità “Diversità e pregiudizi“. Come abbiamo già spiegato nell’introduzione, in questo spazio vorremmo dar voce a ragazzi e ragazze che si sono sentiti protagonisti, loro malgrado, di episodi di pregiudizio. Giovani che la società ha fatto sentire “diversi” ma che noi consideriamo normali a tutti gli effetti. Ecco oggi la prima testimonianza, quella di Greta.

"Diversità e pregiudizi", l'esperienza di Greta, ragazza con una disabilità che l'ha condizionata dalla nascita

🇮🇹 La storia di Greta

<<Non prendertela!>>

<<Dovresti essere abituata a queste cose…>>

<<Sii superiore, non badarci>>

Sono alcune delle frasi che ho sentito più spesso, negli ultimi ventiquattro anni.

Nascere con una disabilità, seppur “lieve”, ti segna per sempre. É come avere una cicatrice invisibile, un’ombra che non ti abbandona, nel bene e nel male. I miei genitori e i miei parenti mi dicono che sono sempre stata più matura della mia età. Non credo sia merito mio; si tratta di semplice sopravvivenza.

Crescendo, mi sono resa conto di non temere il giudizio degli altri, quanto piuttosto quello di me stessa. Le persone notano l’andatura incerta e la mia schiena curva; il fatto che devo fermarmi a riposare e tenermi al corrimano per fare le scale. La gente mi fissa per strada, ma so che lo fa solo per istintiva curiosità. La discriminazione vera, il bullismo e l’emarginazione sono cose del passato.

La “condanna” più terribile arriva da me stessa. Io sono diversa: è un dato di fatto. Non posso fare tutto quello che vorrei fare (andare a cavallo, guidare una muta di cani da slitta…). A dire il vero, sono pochi i miei “limiti assoluti”; ma quei pochi rimarranno sempre.

Ciò che mi ferisce maggiormente, tuttavia, è essere giudicata, o più spesso non capita, circa quel che mi piace e non mi piace. Ho un forte istinto materno e di protezione verso i più piccoli, che è una tipica (talvolta stereotipata) caratteristica femminile; ma non mi piace truccarmi, né agghindarmi. Per molte persone, anche nella mia famiglia, ciò è inconcepibile.

Adoro gli animali e sto iniziando, tra le altre cose, ad allevare rettili (serpenti per lo più). Anche questa mia passione suscita perplessità tra i familiari e gli amici. Potrei andare avanti a elencare per ore; ma il punto d’arrivo sarebbe il medesimo.

Prima del ’68 la discriminazione colpiva chi non si adeguava alla “norma” (inteso come socialmente accettabile o desiderabile). Nonostante tutte le belle parole spese sia sulla carta, che attraverso i media, personalmente ritengo che tra gli ultimi decenni del XX secolo e le prime decadi del XI non ci siano troppe differenze.

Mi chiamo Greta, ho quasi venticinque anni; sono disabile e ho alcuni interessi “fuori dal comune”. “E allora? Che c’è di male?” La risposta pare semplice: nulla. Per quanto mi riguarda, non c’è discriminazione più grande della continua “necessità di giudicare”.

Non potremmo semplicemente accettare il fatto che le persone sono diverse, “uniche”, parlando in termini cattolici? Se l’intelletto ci distingue dagli animali, allora l’accettazione dovrebbe differenziarci dai “barbari”.

🇬🇧 Greta’s story

<Don’t be offended!>

<You should be used to it…>

<Rise above, don’t mind it >

These are some of the expressions I have most often heard in the past twenty-four years.

Being born with a disability, albeit “mild”, marks you forever. It is like having an invisible scar, a shadow that does not abandon you, for better or for worse. My parents and relatives tell me I’ve always been more mature than my age. I don’t think it’s my merit; it’s about simple survival.

As I was growing up, I realized that I didn’t fear the judgment of others, but rather the one of myself. People notice the uncertain gait and my curved back; the fact that I have to stop and rest and hold the handrail when I take the stairs. People stare at me on the street, but I know they do it only out of instinctive curiosity. True discrimination, bullying and marginalization are things of the past.

The most terrible “condemnation” comes from myself. As a matter of fact, I am different. I can’t do everything I want to do (go horseback riding, drive a team of sled dogs…). To tell the truth, my “absolute limits” are few; but those few will always remain.

What hurts me the most, however, is being judged, or more often when not, on what I like and dislike. I have a strong maternal protection instinct towards the little ones, which is a typical (sometimes stereotyped) female characteristic; but I don’t like to wear makeup or dress up. For many people, even in my family, this is inconceivable.

I love animals and I am starting, among other things, to breed reptiles (snakes mostly). This passion of mine also raises doubts among family and friends. I could go on listing for hours; but the end point would be the same.

Before 1968, discrimination affected those who did not adapt to the “standard” (considered as socially acceptable or desirable). Despite all the nice words spent both on paper and through the media, I personally believe that there are not too many differences between the last decades of the twentieth century and the first decades of the eleventh.

My name is Greta, I am almost twenty-five years old; I am disabled and I have some “out of the ordinary” interests. “So? What’s wrong with that? The answer is simple: nothing. As far as I am concerned, there is no greater discrimination than the continuous “need to judge“.

Couldn’t we just accept the fact that people are different, “unique”, speaking in Catholic terms? If the intellect distinguishes us from animals, then acceptance should differentiate us from “barbarians”.

Translated by Manuela Salipante

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