(🇮🇹/🇬🇧)La Pop Art di Andy Warhol: le caratteristiche

🇮🇹 Andy Warhol tra aura e consumismo

Quello che più attraeva Andy Warhol nella sua parabola creativa fu la serialità: la ripetizione divenne uno degli elementi essenziali di quella che si può definire la sua estetica. Warhol, con l’adozione, a partire dal 1962, della serigrafia, abbandonò infatti il lavoro manuale in favore di un procedimento impersonale e meccanico. Limitando al minimo il suo intervento, offrì all’arte la possibilità di riprodurre un’immagine potenzialmente all’infinito, come se fosse un prodotto in serie destinato alla mercificazione. Nei suoi lavori iniziano a comparire Dick Tracy, Popeye, Superman e le prime bottiglie di Coca Cola: Quel che c’è di veramente grande in questo paese è che l’America ha dato il via al costume per cui il consumatore più ricco compra essenzialmente le stesse cose del più povero. Mentre guardi in televisione la pubblicità della Coca-Cola, sai che anche il Presidente beve Coca-Cola, Liz Taylor beve Coca-Cola, e anche tu puoi berla – così disse Warhol.

Con il continuo assalto scandaloso allo statuto della rappresentazione, mise in fibrillazione anche quello della credibilità dell’artista e della sua aura e, al tempo stesso, non rinunciò ad un comportamento radicalmente artistico. Da un lato dissolse la retorica di un’arte separata dalla società e dai suoi consumi, dall’altra ritoccò sempre gli oggetti d’uso quotidiano, non utilizzando mai ready-made inalterati. L’autorialità però non svanisce del tutto, solo non è disgiungibile dalla serialità. È come se Warhol avesse inverato gli auspici di Walter Benjamin che parlava dell’autore come produttore, dell’arte che non rappresenta la produzione o una società caratterizzata da un determinato modo di produzione, ma un’arte che ha una posizione nel modo di produzione, che è produzione essa stessa, processo di rifusione dei media, esemplarmente incorporato nel continuum warholiano di fotografia, pittura e cinema.

L’artista, alle esperienze auratiche dell’autenticità di cui parlava Benjamin, infatti, sostituisce esperienze della distrazione, generate dal consumo di opere riproducibili e fatte proprio per essere riprodotte.
Warhol non intendeva essere polemico; il suo intento era quello di ironizzare sul mondo capitalista e sul panorama consumistico con la ripetitività delle immagini, prediligendo la quantità all’originalità estetica, con un obiettivo ben preciso: dare allo spettatore ciò che esattamente egli vuole. Per questo, nelle sue opere, diventano protagonisti i divi del mondo collettivo (a questo proposito si ricordino le serie di Marylin Monroe e Liz Taylor). I frutti della produzione industriale riposano sugli scaffali dei supermercati, seducono lo spettatore e l’artista, che li toglie dalla concretezza del consumo per inserirli nel mondo concettuale dell’arte. L’oggetto così perde il suo valore di scambio e si annulla nella serializzazione della produzione artistica.
L’artista guarda disincantato il mondo dell’arte avvolto dalle fauci del mercato. C’è equivalenza tra prodotto industriale e prodotto artistico, entrambi vengono consumati, masticati e rigettati quando la loro funzionalità svanisce. Lo spettatore è consumatore, e Warhol lo sa. Per questo non gli offre un prodotto unico e originale, ma una copia di qualcosa che già esiste, riprodotta all’inverosimile in modo che annulli il suo valore originario, come nella sequenza delle bottiglie di Coca Cola del 1962.

È il concetto dell’arte tra conformismo e rivoluzione da una parte e un pubblico variegato dall’altra, dove tutti però sono pedine di uno stesso sistema. Warhol se ne fa umoristico rappresentatore, tuttavia l’ironia non è data solo dallo sguardo distaccato dell’artista, ma è implicita nell’opera stessa. Si ripete infinitamente fino ad annullarsi e contemporaneamente nutre la fame del consumatore. È un circolo vizioso, che Warhol alimenta con le sue opere, non perdendo però lo sguardo critico sul mondo in trasformazione. Una critica che fa pensare, mentre lo spettatore-consumatore si perde tra la policromia dei prodotti da supermercato.

Ciò che ulteriormente è avvenuto con l’avvento della modernità è stato anche uno spostarsi dell’aura dall’opera all’artista. Oggi viviamo in una perpetua adorazione dell’arte e degli artisti che consacrano gli oggetti in arte attraverso scritti sempre più ermetici dei critici. La figura dell’artista viene proclamata a personaggio pubblico alimentando la spettacolarizzazione dell’arte e trasformandosi in una marca, che garantisce valore e artisticità ad un’opera. Questa problematica era già molto presente in Andy Warhol; l’artista infatti, nell’opera La filosofia di Andy Warhol, ricorda: Alcune aziende erano recentemente interessate all’acquisto della mia ‘aura’. Non volevano i miei prodotti. Continuavano a dirmi: ‘Vogliamo la tua aura’, a testimonianza di come ormai, a partire dalle avanguardie storiche, la ieraticità dell’arte classica avesse fatto posto ad un’arte che piano piano tendeva sempre più ad identificarsi con la stessa persona che l’avesse creata.

 Oggigiorno la figura dell’artista si proclama a personaggio pubblico alimentando la spettacolarizzazione dell’arte e trasformandosi in una marca che garantisce il valore delle opere: i dispositivi economici e istituzionali che sostengono l’arte contemporanea non hanno compromesso la sua credibilità commerciale, mondana e culturale. Il denaro influenza tutto e tutti, i prezzi definiscono il valore e determinano la soddisfazione dell’acquirente tanto che, a volte, sembra che sia il mercato a creare il gusto.
Secondo Pierre Bourdieu, il valore dell’arte non è definito dai caratteri intrinseci dell’opera, ma dalla società stessa. La ricerca di uno status symbol può essere un fattore decisivo per l’acquisto. L’arte contemporanea è in continuo divenire e i grandi galleristi e le case d’aste giocano un ruolo cruciale nella popolarità e nell’affermazione degli artisti; funzionano come veri e propri marchi, i loro nomi trasmettono sicurezza e distinzione.

Parlare di brand in arte contemporanea non piace affatto. Non piace alle case d’aste, ai galleristi, agli artisti, ai critici, ma la verità è che spesso il branding può sostituire il giudizio critico. Spesso il valore di un’opera è più legato al brand dell’artista, del gallerista, delle case d’aste e all’ego del collezionista, piuttosto che al contenuto artistico e alle capacità impiegate per realizzarla.

Sara Iadicicco 

Andy Warhol

🇬🇧 Andy Warhol between aura and consumerism

In his creative parable, Andy Warhol was most attracted by seriality, so that repetition became one of the essential elements of what can be defined his aesthetic. Since 1962, with the adoption of screen printing, Warhol abandoned, in fact, manual labor for an impersonal and mechanical procedure. By minimizing his intervention, he offered art the possibility of reproducing a potentially infinite image, as if it were a mass-produced product intended for commodification.
Dick Tracy, Popeye, Superman and the first bottles of Coca Cola begin to appear in his works: “What is really great in this country is that America has given rise to the practice for which the wealthiest consumer, essentially, buys the same things as the poorest. As you watch the Coca-Cola commercial on television, you know that also the President drinks Coca-Cola, Liz Taylor drinks Coca-Cola, and you can drink it too” – he said.

With the continuous scandalous assault on the statute of representation, he also jeopardized the artist and his aura credibility. At the same time, he did not renounce a radically artistic behavior. On the one hand, he dissolved the rhetoric of an art that is separate from society and its consumptions, on the other, he always retouched everyday objects, never using unaltered ready-made items, just as they left his Factory.

The authorship, however, does not disappear completely, it just cannot be separated from seriality. It is as if Warhol had made the wishes of Walter Benjamin come true. This last one claimed that the author was a producer, he thought that art does not represent production or even a society characterized by a certain mode of production. He thought that art has a position in the mode of production, which is production itself, a process of recasting the media, exemplarily incorporated into the Warholian continuum of photography, painting and cinema.

In fact, the artist replaces the auratic experiences of authenticity described by Benjamin, with experiences of the distraction, generated by the consumption of reproducible works and expressly made to be reproduced. Warhol did not intend to be critical; his intent was to be ironic about the capitalist world and the consumer landscape with the repetitiveness of the images, preferring quantity to aesthetic originality, with a very specific goal: to give the viewer what exactly he or she wants. For this reason, the stars of the collective world become protagonists in his works (in this regard, remember the series on Marylin Monroe and Liz Taylor). The fruits of industrial production rest on the shelves of supermarkets, seduce the viewer and the artist, who withdraws them from the concreteness of consumption to insert them in the art conceptual world. Thus, the object loses its exchange value and is canceled in the serialization of the artistic production.

The world of art, which is wrapped in the jaws of the market, is viewed by the artist with a disenchanted gaze. There is an equivalence between industrial product and artistic product, both are consumed, chewed and rejected when their function fades away. The viewer is a consumer, and Warhol knows it. For this reason, he does not offer him a unique and original product, but a copy of something that already exists, something that is reproduced up to capacity so that it cancels its original value, as in the sequence of the Coca Cola bottles of 1962.
On the one hand, it is about the concept of art between conformism and revolution and on the other hand, it is about a varied public, where all, however, are pawns of the same system. Warhol makes himself a humorous representative, however, irony is not only given by the detached gaze of the artist, but is implicit in the work itself. It repeats endlessly until it disappears and, at the same time, feeds the hunger of the consumer. It is a vicious circle, which Warhol feeds with his works, without losing the critical gaze on a changing world. It is a criticism that makes you think, while the spectator-consumer is lost in the polychrome of supermarket products.

With the coming of modernity, a shift of the aura from the work to the artist occurred too. Today we live in a perpetual adoration of art and of those artists who consecrate objects in art through increasingly hermetic writings by critics. The figure of the artist is proclaimed as a public figure, fueling the spectacle of art and transforming itself into a brand, which guarantees value and artistry to a work. This problem was already very present in Andy Warhol; in fact, in the work The Philosophy of Andy Warhol, the artist recalls that: “Some companies were recently interested in purchasing my ‘aura’. They didn’t want my products. They kept saying to me: ‘We want your aura” testifying how, starting from the historical avant-gardes, the solemnity of classical art had made way for an art that slowly tended to identify more and more with the same person who had created it.

Nowadays the figure of the artist proclaims himself as a public figure, fueling the spectacle of art and transforming himself into a brand that guarantees the value of the works: the economic and institutional devices that support contemporary art have not compromised his commercial, social and cultural credibility. Money affects everything and everyone, prices define value and determine buyer satisfaction, so much so that, sometimes, it seems that it is the market that creates taste.
According to Pierre Bourdieu, the value of art is not defined by the intrinsic characteristics of the work, but by society itself. The search for a status symbol can be a crucial factor in the purchase. Contemporary art is constantly evolving and the great gallery owners and auction houses play a crucial role in the popularity and success of the artists; they work like real brands, their names convey security and distinction.
Talking about brands in contemporary art is not appreciated at all. It is not appreciated by auction houses, gallery owners, artists, critics, but the truth is that branding can often replace critical opinion. The value of a work is often more linked to the brand of the artist, of the gallery owner, of the auction houses and of the ego of the collector, rather than to the artistic content and to the skills used to make it.

Translated by Manuela Salipante

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