(🇮🇹/🇬🇧)L’Antigone: riassunto e commento della tragedia di Sofocle

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🇮🇹

A volte la vita ci pone davanti a situazioni che non possiamo evitare. Di certo però, possiamo combattere. Eppure, il problema è questo: decidere per cosa combattere non è così semplice. Antigone (eroina dell’omonima tragedia greca), talvolta simbolo femminista e altre rappresentante della famiglia, fa una scelta agli occhi di molti incomprensibile. E noi, siamo sicuri che combatteremmo al fianco di Antigone?

L’Antigone di Sofocle: riassunto

In una Tebe devastata dapprima dalla peste, poi contaminata dalla colpa nefasta di Edipo, infine distrutta dalla lotta fratricida di Eteocle e Polinice per il potere, una figura si staglia contro il nuovo re Creonte: Antigone, figlia del precedente re Edipo e sorella di entrambi gli eroi tebani. Eteocle non ha concesso a Polinice di condividere il trono di Tebe, e Polinice, vedendosi sottratto il legittimo potere, ha tentato di conquistare la sua città con una spedizione il cui esito fallimentare ha decretato la morte di entrambi i fratelli, l’uno per mano dell’altro. Se al corpo di Eteocle vengono assegnati i dovuti onori funebri, il nuovo re Creonte, zio di Antigone, si rifiuta di far seppellire Polinice, considerato ormai nemico di Tebe, lasciandolo in balìa dei cani e negando alla sua anima di trovare pace dopo la morte.

Per Antigone è troppo e non ci sta: sono gli àgrapta nòmima, le leggi non scritte degli dei, della famiglia, della sua morale, a cui ella obbedisce e non al nomos, cioè la legge dello Stato e degli uomini. Seppellisce il fratello da sola, senza nemmeno l’aiuto di sua sorella Ismene, poiché chiunque si opponga alla decisione di Creonte verrà punito con la morte. E così Antigone viene giudicata colpevole da quest’ultimo e condannata a marcire in una grotta fino alla fine dei suoi giorni, nonostante sia sua nipote. Persuaso dall’indovino Tiresia che Antigone debba essere liberata, Creonte dà il suo consenso, ma è troppo tardi: Antigone si è suicidata, e sul suo corpo si uccide a sua volta Emone, figlio di Creonte e promesso sposo di Antigone. La tragedia si conclude con la morte ulteriore di Euridice, moglie di Creonte: il tiranno si ritrova da solo con le conseguenze delle proprie decisioni, piangendo se stesso e il proprio destino.

L’Antigone di Sofocle: commento e analisi

Da una parte vogliamo tutti essere Antigone, poiché porta all’esaltazione tragica quei valori per noi inviolabili, sacri, che conserviamo all’interno della nostra famiglia e che difenderemmo strenuamente. Antigone lotta per una libertà individuale che è senza dubbio di grande ispirazione, anche femminista, ed è probabilmente proprio in virtù del suo essere donna che Sofocle la sceglie per scagliarsi contro ciò che è autoritario e normativo. Come avrebbe detto la de Beauvoir, “la donna è per l’uomo l’Altro, una forma di alterità seducente ed inquietante capace di immagazzinare un potenziale sovversivo che l’uomo ha sempre temuto”.

Il problema resta però questo: una tragedia non si pone il problema di decretare chi ha agito male e chi bene. La tragedia va oltre, e indica con grande acutezza quei conflitti irrisolvibili presenti nella vita umana. Senza dubbio Antigone ottiene la nostra simpatia, ma, se il conflitto fosse visibilmente ingiusto e irrevocabilmente atto a sottolineare solo ed esclusivamente la tracotanza di Creonte, la tragedia perderebbe una parte del suo spessore tragico che invece è fondamentale riconoscere.

È tempo di abdicare la famosa tesi hegeliana che vedeva Antigone e Creonte come esponenti rispettivamente della famiglia e dello Stato, relegati singolarmente nei loro mondi invalicabili e distanti l’uno dall’altro. Se è vero che li rappresentano, è anche vero che la distinzione non è così netta. La filosofa statunitense Judith Butler, in particolar modo, ha mostrato come Antigone non possa semplicemente in toto rappresentare le leggi della famiglia, quando ella stessa è figlia di un incesto, quando assume tratti ostensibilmente maschili non adatti al suo ruolo tradizionale all’interno del genos, e soprattutto quando, dialogando con Creonte, impiega espressioni autoritarie che potrebbero benissimo essere assegnate alla dialettica di Creonte. Da parte sua, Creonte non è estraneo alla prospettiva di Antigone, avendo assunto il controllo dello stato solo in virtù della propria discendenza familiare, condividendo la maledizione della sua famiglia e abdicando in ultimo alla legge di Stato. Conclude la Butler che

Il testo di Sofocle rende manifesto che le due prospettive sono metaforicamente implicate l’una nell’altra in un modo che suggerisce, anzi, che non vi è alcuna semplice opposizione fra le due.

La tragedia va oltre qualsiasi sforzo semplicistico e schematico: sia Antigone che Creonte sono parte ed esponenti dello Stato e della famiglia. Le scelte che fanno sono diverse, ma per ognuno di loro sono problematiche. Ciascuno sa che scegliere un lato comporterà perdere l’altro, e la tragedia pone dinanzi a loro una scelta ineluttabile e sofferta, a cui sono chiamati a rispondere dal destino e che sanno condurrà a conseguenze atroci.

Antigone ai giorni nostri

Avere presente ciò è importante nel momento in cui noi, uomini del ventunesimo secolo, imprigionati in casa da un’ineludibile pandemia, ricordiamo Antigone. Dobbiamo sapere che, come Antigone, ognuno di noi è chiamato a fare una scelta che comporta delle conseguenze. Il paragone con l’eroina di Sofocle risulta, con una certa ironia tragica, fin troppo calzante. Anche noi siamo costretti in questi giorni a non seppellire i nostri morti. Anche noi siamo costretti a non vedere chi amiamo. Anche noi, come Antigone, vorremmo forse urlare che non siamo nati per stare a casa, “ma per amare con chi ama”. Ma rendere Antigone l’ incontrastata eroina della tragedia è, oltre che inesatto, pericoloso: rischiamo di non comprendere che Antigone fa la sua scelta di disobbedire perfettamente consapevole che la prossima a morire sarà lei.

Non è detto che il dissidio tragico non possa essere conciliabile nella vita reale: abbiamo dalla nostra quell’ingegno umano che lo stesso coro dell’Antigone nel primo stasimo esaltava come deinos, mirabile e terribile allo stesso tempo. Dobbiamo però utilizzarlo con estrema prudenza, nella consapevolezza che camminiamo su un ponte instabile che unisce insieme le nostre esigenze di individui con il bene comune.

Di Valentino Gargano

🇬🇧

Sophocles’ Antigone: summary and comment

There are challenges that life throws at us and which we cannot avoid. We can surely stand up and fight, if we believe that we should. Yet there lies the problem: choosing what to fight for might not be as straightforward as we would think. Heroine of the homonymous Greek tragedy, at times taken to embody a feminist icon, occasionally evoked from the play to epitomise the values of the family, Antigone makes a choice that might seem understandable to many. Yet are we really sure that we would fight at Antigone’s side?

Sophocles’ Antigone: The plot

In Thebes, at first devastated by the plague, then contaminated by the nefarious crime of Oedipus, eventually destroyed by the fratricide struggle of Eteocles and Polynices for the throne, someone rises against the new king Creon. It’s Antigone, daughter of the previous king Oedipus, and sister of both the Theban heroes. Eteocles has refused to share the power with his brother, and Polynices, seeing the throne being taken away from him, has tried to conquer the city through an expedition whose disastrous outcome has determined the death of both of them. While Eteocles is granted the due funeral honours, the new king Creon, uncle of Antigone, forbids the body of Polynices to be buried, as he is now considered an enemy of Thebes, thus refusing to grant peace to his soul.

Yet Antigone cannot accept that: it’s the agrapta nomima, the unwritten laws of the gods and of the family, that she abides by, not the nomos, the law of the State and of men. So she buries her brother, alone and without anybody’s support, not even that of her sister Ismene, for whoever resists the rules of Creon will be put to death. Antigone is found guilty and sentenced by Creon to be left to die in a cave. Persuaded by the seer Teiresias that Antigone should be set free, Creon finally yields and sends for her, but it’s too late: Antigone has killed herself, and Haemon, son of Creon and fiancé of Antigone, commits suicide too. The tragedy ends with the final death of Eurydice, wife of Creon: the tyrant is now alone and left with the consequences of his own actions, lamenting himself and his fate.

Sophocles’ Antigone: The analysis

From one point of view, everybody wants to be Antigone, all of us, as she glorifies and takes to the level of tragic exaltation those feelings and values that we deem sacred, unbreakable, that we cherish inside our families and that we would perhaps fight to death to defend. Antigone fights for a type of individual freedom that is undoubtedly inspirational from a feminist perspective too, and it is indeed because of the fact that she is a woman that Sophocles chooses her to stand against everything that is authoritative and normative. As De Beauvoir would have it, the woman is the ‘Other’ from the perspective of the male, a sort of tantalising alterity able to store a great subversive potential that men have always feared. In a sense, we can even fathom in Antigone’s character those proto-feminists features of Ibsen’s Nora (from A Doll’s House), unwilling to bow to and understand the sterile laws that men have established.

But there’s a problem. A tragedy doesn’t simply point at those who are right and those who are wrong, at men that have behaved according to justice and men that have manifested insolence and hybristic character. Tragedy goes beyond that, poignantly indicating those unresolvable conflicts that are typical of human existence. Of course Antigone has our sympathy. However, if the conflict was ostensibly unfair and unequivocally apt to underline how Antigone is right and Creon is wrong, the tragedy would lose a side of its tragic dimension which is instead of paramount significance.

It’s about time to abdicate the famous Hegelian interpretation that envisioned Antigone and Creon as representatives of the institution of the family and of that of the State, respectively, relegated in their unwavering worlds and far away from each other. While it’s true that they stand for them to a certain extent, it is also right to say that the distinction is way more blurred than we could think of. The American philosopher Judith Butler, in particular, has shown how Antigone cannot fully represent the laws of the family, when she herself was born out of an incest, when she subsumes ostensibly masculine features which are unapt to comply with her supposed traditional role in the genos, and especially when, talking with Creon, she deploys authoritative expressions that could equally be attributed to Creon. On his side, instead, Creon is not foreign to Antigone’s perspective, having acquired the power to govern only by virtue of his lineage, sharing the curse of his family, and ultimately abdicating the State laws.

Thus Butler concludes that ‘Sophocles’ text makes clear that the two are metaphorically implicated in one another in ways that suggest that there is, in fact, no simple opposition between the two.’ The tragedy transcends any simplistic effort of interpretation: both Antigone and Creon are parts and representatives of the State and of their family. They make different choices, but both choices are equally problematic. Each of them knows that choosing one side will mean losing the other, and tragedy places before them an ineluctable and tormented decision, which they are summoned by their fate to make and which they know will lead to atrocious consequences.

Antigone today

Bearing this in mind is important now, in a time when we, as 21st century men and women, remember Antigone. We must know that, like Antigone, each of us is called to make a choice which involves consequences. The parallel with the Sophoclean heroine appears, with a certain tragic irony, all too fitting. We too are forced at this time not to bury our dead. We too are obliged not to see those whom we love, to suspend relationships which we would die to keep strong. We too, like Antigone, would perhaps rather scream that we were not born to stay at home, ‘but to love with those who love’. Yet to make Antigone the undisputed heroine of Sophocles’ play is dangerous, besides being incorrect: we run the risk of not understanding that Antigone makes her choice to disobey while being perfectly aware that she will be the next one to die. This doesn’t mean that we cannot resolve the tragic dilemma in real life: we got on our side that human intelligence that the chorus of the Antigone itself in the first stasimon praised as deinos, marvellous and terrible at the same time. Yet we have to use it with extreme caution, aware of the fact that we are walking on a very unstable bridge that yokes together our individual needs with the common good.

Valentino Gargano

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