(🇮🇹/🇬🇧) Movie Review: The act of killing (2012)

L’atto di uccidere è un film documentario del 2012 sulle persone che hanno partecipato ad uccisioni di massa in Indonesia tra il 1965 e il ’66. Il film è diretto da Joshua Oppenheimer.

The Act of Killing is a 2012 documentary film about individuals who participated in the Indonesian mass killings of 1965–66. The film is directed by Joshua Oppenheimer.

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🇮🇹

Recensione film: L’atto di uccidere (2012)

Gli aspetti che ho trovato più stimolanti di The Act of Killing, non sono state tanto le atrocità impunite che questi politici e gangster hanno compiuto, ma piuttosto l’interpretazione del pensiero degli autori nei confronti di tali atti malvagi. Quando guardavo i contenuti extra, non potevo fare a meno di sentirmi affascinato dalle molteplici personalità di Anwar Congo. A prima vista sembrava un saggio, vecchio signore con buone intenzioni che si distacca da qualsiasi confusione o conflitto (come mostrato dal minuto 7:00), ma solo un minuto dopo quella percezione è in contrasto con una ripresa di Anwar che si vanta dell’omicidio descrivendo quale sia il modo più efficace di uccidere un essere umano. Entro 10 minuti, ci viene presentata l’assurdità del suo personaggio: come può un uomo ballare nello stesso punto in cui ha picchiato e strangolato a morte centinaia di persone? Deve essere un sadico, siete d’accordo?

Come Hannah Arendt sostiene, usando l’esempio del criminale di guerra nazista Adolf Eichmann, quello che induce le persone a compiere certi atti non è la depravazione o un incoerente desiderio di fare del male, ma piuttosto è il desiderio di soddisfare gli obiettivi imposti da un’ideologia, che è stata istillata dalla società, come la cosa giusta da fare. Sempre la Artendt sostiene che c’è della “banalità” in questi orribili atti che ostruiscono la coscienza delle persone e impediscono ogni tentativo di introspezione e auto analisi. Allo stesso modo, Anwar è guidato dagli stessi ciechi principi, ma quello che è interessante in questo caso è che possiamo osservare un processo di auto-realizzazione che potrebbe cambiare la nostra percezione dei fatti. Lo vediamo orgoglioso dei suoi omicidi, ma col procedere nella produzione del loro film propagandistico, lo vediamo affrontare sempre più i demoni che lo perseguitano, finché non raggiunge il punto in cui si chiede: “le persone che ho torturato si sono sentite nello stesso modo in cui io mi sento ora?”

Tradotto rispettivamente da Vittorio Nastri e Katia Solvesi.

🇬🇧

Movie review: The Act of Killing (2012)

The aspects I found to be most thought-provoking of The Act of Killing, were not the unpunished atrocities that these politicians and gangster have done, but rather the interpretation of the perpetrators’ mentality toward such evil acts. When watching the director’s cut, I could not help but feel compelled by Anwar Congo‘s intriguing personality. At first impression he seemed as a wise, ageing gentleman with good intentions who detaches himself from any commotion or conflict (as shown by minute 7:00), but just a minute later that perception is contrasted with a shot of Anwar boasting about murder and describing what the most efficient way of killing a human-being is. Within 10 minutes, we are presented with the absurdity of his character: how can a man dance in the same spot where he beat and strangled to death hundreds of people? He must be a sadist, right?

As Hannah Arendt has argued using the case of Nazi war criminal Adolf Eichmann, what drives these people to commit such acts, is not depravity or an inherent desire to cause harm, rather a desire to fulfil the objectives imposed by an ideology that has been instilled by society as the right thing to do. She says that there is a ‘banality‘ in these awful acts that obstructs one’s conscience and impedes any attempt of introspection and self-analysis. Likewise, Anwar is driven by the same blind principles; but what is interesting in his case, is that we observe a process of self-realisation that may change our perception of the facts. We being seeing him very proud about his murders, but as we progress more into the making of their propagandistic film, he is increasingly faced with the demons that haunt him, until he reaches the point where what he has done dawns on him and asks: “Did the people I tortured feel the way I do here?”

This personal journey is what impacts me most about this documentary and it is further emphasised if we compare the dancing scene previously mentioned at minute 8:30 and the scene at 2:31:10.
Therefore, my question would be: why did the filmmaker choose to represent the story of the perpetrator instead of the victims? What effects has it had on your opinion of Anwar Congo? Is the blame to be put on the indoctrinated men who follow orders or on the ideology itself?

Written by Riccardo De Meo

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