(🇮🇹/🇬🇧)PRIMA PUNTATA – Libertà nel mondo ai tempi del Coronavirus: l’opinione dei ragazzi sulla quarantena

🇮🇹 FreedArte ha raccolto le testimonianze di ragazzi provenienti da tutto il mondo, italiani e non. Quello che abbiamo chiesto ai nostri coetanei, qualsiasi lingua parlassero, è stato: «Cosa è per te la libertà? In che modo la quarantena causa Coronavirus ha cambiato la tua vita?». Abbiamo raccolto molti interventi, ognuno a suo modo interessante e degno di riflessione. Oggi vi presentiamo quelli scritti da ragazzi e ragazze residenti in alcune delle città più colpite: Brescia, Bergamo, Vicenza, Novara e Milano.

🇬🇧 FreedArte has collected the testimonies of young people from all over the world, Italian and non-Italian. What we asked them, whatever language they spoke, was: «What is freedom for you? How has the Coronavirus quarantine changed your life? ‘ We have collected many speeches, each in its own way interesting and worthy of reflection. Today we present those written by boys and girls residing in some of the most affected cities: Brescia, Bergamo, Vicenza, Novara and Milan.

Giulia, 22 anni, Brescia

«Prima della quarantena, percepivo la libertà come la possibilità di andare dove volevo, frequentare chi mi interessava, scegliere cosa studiare o che lavoro svolgere. Ora alcune di queste abitudini sono state fortemente limitate e la sensazione di oppressione si intensifica ogni giorno. Nonostante ciò, mi sembra di aver mantenuto ancora molta della mia libertà precedente. Posso ancora esprimere la mia opinione e il mio pensiero, posso ancora parlare con chi voglio, seppur a distanza, posso ancora scegliere di frequentare l’università, seppur per via telematica. È un po’ come se avessi rivalutato quali siano i fattori che rendono un individuo libero.

Libertà non è più solo poter fare cosa ci piace, ma significa poter prendere delle decisioni, avendo la sicurezza che, qualunque esse siano, non subirò delle penalizzazioni. Continuare a mantenere i miei diritti indipendentemente dal mio credo, dal mio pensiero politico, dalla mia condizione sociale, dal mio orientamento sessuale ecc… oggi mi si chiede di sacrificare parte della mia libertà per non danneggiare gli altri, ma riflettendoci un attimo, è quello che compiamo tutti i giorni. Vivendo in una società dobbiamo per forza limitare, anche se in minima parte, la nostra libertà, per non arrecare disturbo al prossimo. Di conseguenza, credo che, in una situazione di emergenza, dovremmo fare del nostro meglio per evitare di peggiorare la situazione e finire per togliere la libertà a qualcun altro».

Giulia (Brescia, Italia)

«Before quarantine I perceived freedom as the possibility to go where I wanted, to hang with who I wanted, to choose what to study, which job to do. Now these habits have been strongly restricted and the feeling of oppression grows every day. Despite this, I’ve kept a great piece of the freedom I had previously. I still can express my opinion and my thoughts, I still can talk with who I want, even if we are parted, I can still choose to attend university, albeit online. It’s like I have re-evaluated the elements that make a person free.

Freedom is not only to be able to do what we like, but it also means to be able to make decisions, with the certainty that I won’t be fined for that. To continue to keep my rights regardless of my religious or political beliefs, of my social situation, my sexual orientation etc.. Today I’m asked to sacrifice part of my freedom to not harm the others, but if we think about it, it’s what we do every day. Since we live in a civil society, we must limit even just in a small part our freedom in order not to harm the others. Therefore, I believe that in a moment of emergency we should do our best to avoid to worsen the situation and end up depriving someone of their own freedom».

Giulia (Brescia, Italy)

Mariapaola, 20 anni, Milano

«Il COVID-19 è un microrganismo invisibile, eppure tanto pericoloso da paralizzare l’economia e la vita del mondo. Arrivato da un altro continente, in poco tempo ci ha dato dimostrazione della nostra fragilità. Viviamo ora in una terra abbandonata nella nebbia dell’incertezza e questo riguarda tutti, indistintamente da etnia, religione, cultura o classe sociale. Eppure, come un buon maestro, ci sta offrendo lezioni di vita, facendoci comprendere il reale valore di ciò che davamo per scontato: la libertà, il lavoro, la possibilità di viaggiare, la famiglia… è nata una nuova coscienza, proprio ora che manca il contatto umano, quell’interconnessione che ci rende fibre di un tessuto elaborato. Abbiamo riscoperto l’importanza di medici ed infermieri e abbiamo ritrovato la speranza per una ‘resurrezione’ collettiva e individuale».

Mariapaola (Milano, Italia)

«COVID-19 is an invisible microorganism, but it’s still dangerous enough to cause a global paralysis of not only the economy, but also life in general. Originated from another country, in a short period, the virus has proven our frailty. We now live in a land abandoned in the fog of uncertainty that has affected everyone, independently from ones ethnic background, religion, culture or social class. But on the flip side, like a good teacher, it is offering us life lessons, presenting us with the real value of the things we take for granted: liberty, work, possibility to travel, family… In the absence of human contact, a new conscience is born (la frase completa non ha molto senso in italiano, non We have rediscovered the importance of doctors and nurses, and we have found again the hope for a collective, but also individual, rebirth of humanity».

Mariapaola (Milan, Italy)

Francesco, 23 anni, Bergamo

«La libertà non esiste.

Una dichiarazione forte, audace, ma utile al fine di attirare la vostra attenzione. Dire che la libertà non esiste è una provocazione. Voglio suggerire piuttosto che non esista una definizione oggettiva di questo concetto astratto: ‘libertà’. Esistono delle visioni soggettive. Libertà significa essere liberi da un ‘qualcosa’ e questo ‘qualcosa’ non è standard, ma dipende fortemente da fattori sociali, personali ed etici. Così, per me ‘libertà’ può significare (banalmente) avere un giorno libero dal lavoro; per un canarino rinchiuso in una gabbia ‘libertà’ può significare affrancarsi dalla costrizione in cui si trova. Difficile dunque fornirne una rappresentazione univoca. Sia come sia, libertà implica impegno e una volta che la si ottiene non è nemmeno così semplice da gestire.

Non voglio parlare di libertà da una condizione di schiavitù (libertà di pensiero, di parola, ecc.), quella è sacrosanta. Ma parliamo di libertà che ci toccano più da vicino e che riguardano noi e la società in cui viviamo (o sopravviviamo). La libertà completa, cosa è? Significa slegarsi da tante catene a cui siamo legati. Ma siamo sicuri che una volta slegati saremo davvero liberi e sereni, o ci sarà una sensazione di vuoto assoluto (?). Probabilmente, ci mancherebbe qualcosa, ci mancherebbe il senso della vita. Le costrizioni fanno parte del gioco e la libertà deve rimanere fondamentale per quanto concerne i grandi principi. Dall’altro lato, le barriere, le catene e le crisi fanno parte della nostra evoluzione e diventano necessarie per il raggiungimento di una condizione migliore».

Francesco (Bergamo, Italia)

«Freedom does not exist

A strong statement, but necessary to draw your attention. Saying that freedom does not exist is a provocation. I want to suggest instead that an objective definition of that abstract concept does not exist. There are different subjective opinions. Freedom means to be free from “something” and that “something” is not a standard, but it strongly depends on social, personal and ethical factors. Therefore, to me freedom means trivially to have a day off work; for a caged canary “freedom” may mean to leave the constraint in which it lives. So, it’s hard to give an univocal definition. Anyway, freedom takes effort to obtain, and once that happens, it’s not that easy to handle it either.

I’m not talking about the freedom from a situation of slavery (freedom of speech, of thought..), that is inviolable. I want to talk about the freedom that is closer to us and that has to do with the society we live in (or we survive in). What does it mean to be completely free? It means to be free by all the chains that tie us up. But are we really sure that once we are free from all, we will be truly free and happy, or will we feel a bit empty? Probably we would miss something; we would miss the sense of purpose. Constrictions are part of the game, crisis are part of our evolution and are necessary to reach a better condition».

Francesco (Bergamo, Italy)

Giorgia, 23 anni, Vicenza

«Sono originaria di un piccolo paesino di campagna in provincia di Vicenza, ma da quasi due anni vivo a Milano, dove mi sono trasferita per studiare, conseguire la laurea magistrale in comunicazione e marketing e rincorrere il sogno di un futuro lavorativo. Poco prima di entrare nell’attuale situazione d’emergenza, stavo vivendo un periodo particolarmente felice, perché sentivo di aver trovato la mia strada nel settore in cui sto svolgendo il tirocinio curricolare e sentivo la città sempre più mia, sempre più “casa”.

Ora la quarantena la sto vivendo con i miei genitori, nella mia casa di sempre, solo per puro caso: già da tempo avevo preso i biglietti del treno per tornare a casa per il primo weekend di marzo, poi quella domenica c’è stato il lockdown totale e io sono rimasta qui. I primi giorni sono stati di assestamento, non passavo così tanto tempo con i miei genitori dai tempi del liceo, forse né io né loro eravamo più abituati a questa convivenza continua. Inoltre, arrivavo da una delle zone più colpite dal virus e il timore di avere contratto la malattia (senza mostrare sintomi) e rischiare di trasmetterla a mamma e papà era alto e mi sentivo in colpa per questo. E allora la preoccupazione per il futuro incerto (a casa lavora solo papà e al momento è fermo anche lui da un mese e mezzo), la frustrazione per un ambiente familiare che mi stava stretto, sommati alla paura per la salute di mamma hanno inciso notevolmente sul mio umore e sulla tensione che tutti in casa contribuivamo ad aumentare. Nonostante il malumore, continuavo a vedere il lato bello delle cose, ad essere un’inguaribile ottimista, un po’ per carattere, un po’ perché stavo riscoprendo anche la bellezza di essere a casa e di avere la fortuna di un giardino grande (a differenza del piccolo balcone della mia stanza a Milano), e facevo fatica a comprendere i miei coetanei quando mi raccontavano di piangere tutti i giorni.

Poi è arrivata Pasqua, e per me le festività sono sempre la goccia che fa traboccare il vaso delle emozioni. Nel giro di un paio di giorni la nostalgia della mia vita a Milano, la mancanza di contatto con i miei amici di sempre, sommate a un esame andato male, una batosta lavorativa che ha messo in crisi tutti i miei piccoli nascenti progetti per il futuro e il realizzare che ora come ora non possiamo permetterci di pagare (a vuoto) una stanza a Milano mi hanno fatto sentire tutto il peso della situazione. È stato come svegliarsi di colpo e aprire gli occhi sulla realtà che ci coinvolge tutti, realizzare che stava toccando anche me e la mia famiglia, che lo stava facendo già da settimane e che semplicemente non lo avevo ancora accettato e ammesso. E sono crollata.

Non so cosa succederà domani, non so cosa succederà dopo il fantomatico 4 maggio, non so cosa succederà tra sei mesi, se sarò ancora qui e avrò abbandonato i progetti milanesi o se avremo tutti trovato un nuovo equilibrio, una nuova quotidianità e normalità. Quello che so è che giorno per giorno sto cercando a rimettere insieme i pezzi, passando la colla più e più volte, consapevole che lì fuori ci sono persone che stanno combattendo battaglie enormi per tutti noi. Mi pongo piccoli obiettivi a breve termine, perché non è questo il momento dei grandi progetti futuri, ma cercare di concentrare tutte le energie nel far stare in piedi il presente per avere un passato solido su cui ricominciare a camminare una volta che l’emergenza sarà rientrata. Un passo alla volta, resilienti, riscopriremo il nostro futuro e quando finalmente ci abbracceremo, lo faremo con una nuova consapevolezza».

Giorgia (Vicenza, Italia)

«I am from a small countryside town in the province of Vicenza, Italy, but for two years now I have lived in Milan, where I moved to complete my studies in Marketing and Communication and pursue my career path. A little before the emergency situation, I was quite happy because I felt I had found my path and I felt I belonged more and more to this city, I was starting to call it “home”.

Now I am passing the quarantine with my parents in my childhood home only by chance: a while back I had bought train tickets for early March to visit my family; and that very Sunday, the whole country went on lockdown, so I had to stay put. The first few days I spent adjusting to my old ways, since I hadn’t spent this much time with my parents since college; perhaps neither they or I were used to spending so much time together. What’s more is that I was coming from one of the areas most afflicted by the virus, and the fear of having contracted the virus (albeit without symptoms) and transmitting it to my mother and father was quite high and I felt guilty. Therefore, the worry of an uncertain future (given that my father is the only provider in the family and he has not been able to work for a month and a half now), the frustration of being constricted in the house, combined with the fear of transmitting the illness, all greatly impacted my own and the general mood of the house. Despite that, I kept looking for the positive side of things, in part because of my character, in part because I was rediscovering the beauty of living at home again and having a big garden (unlike my house in Milan which only has a small balcony), and I found it hard to understand my peers when they told me they cried everyday about it.

Then Easter arrived and holidays are always the emotional tipping point for me. In the span of two days, nostalgia toward my life in Milan, the lack of contact with my friends, combined with a failed exam, career prospects that didn’t turn out well, and the realisation that in these times it doesn’t make much sense to pay for a vacant room in Milan, have made me realise the magnitude of the situation. It was like waking up abruptly, opening my eyes to reality of it all, and realising that it was also affecting my own family and it had been doing it for weeks but I refused to accept it and admit it. So I crumbled.

I have no clue what will happen tomorrow, I don’t know what will happen after May 4th, I don’t know what will happen in three months’ time; whether I’d still be at my parents’ neglecting my life in Milan, or finding a new balance, a new normality. All I know Is that I am trying to put the piece together day by day, mending them with copious amounts of glue, aware that out there, there are people struggling big time. I set myself small short term goals, since this is not the time for long term goals. I am trying to concentrate all my energy in building a sturdy present in order to have a past on which to base my future once the situation blows over. One step at a time, resilient, we will rediscover our future and finally we will hug again but we will do it with a new perception of reality».

Giorgia (Vicenza, Italy)

Evelyn, 24 anni, Novara

«Quando il 21 febbraio ho lasciato Milano per tornare a casa da miei genitori, pensavo di farlo solo per un weekend, come da un anno a questa parte. Quel venerdì era però diverso, era il giorno del primo contagiato, quello di Codogno, seguito a ruota da altri 5/6 casi che nel giro di due giorni sarebbero saliti a un centinaio. Da quel giorno tutto è cambiato: Tg sintonizzati H24 sul virus, il conteggio quotidiano dei nuovi contagiati e l’obbligo per tutti di restare in casa. A chi mi chiedesse come sto vivendo questa quarantena risponderei che è stata, tanto in positivo quanto in negativo, un turbinio di emozioni. A partire dalla paura provata leggendo le storie tragiche di chi sta combattendo contro il virus, oppure sentendo mamma con un colpo di tosse che fa pensare subito al peggio (e il fatto che sia infermiera non mi tranquillizza di certo). Certo, ho anche momenti felici come le video chiamate con gli amici, le serate passate a cucinare, ma soprattutto alcuni piccoli traguardi, sia personali che professionali, che nonostante la quarantena sono riuscita a raggiungere.

Ho lasciato Milano mentre stavo assaporando tutti i momenti dell’avere un lavoro e del vivere in una grande città. Catapultata e poi rinchiusa in casa a Novara non è stato facile non lasciarsi prendere dallo sconforto, ma piano piano mi sono abituata, e ho cercato, a volte anche con fatica, di cogliere il briciolo di felicità che ogni momento poteva darmi. Ho concluso il tirocinio in smart-working, che si trasformerà presto in qualcosa di più, ed è nato un altro piccolo grande progetto.

Per ultimo, ma non per importanza, ho cercato di vivermi fino in fondo ogni attimo trascorso con la mia famiglia, che è stata sempre presente, ma che forse non ho mai apprezzato così tanto. Credo che da questa quarantena ne uscirò con un importante insegnamento: quello di cercare sempre il lato positivo anche nella situazione apparentemente più triste. A volte la vita può sorprenderci se solo la viviamo con altri occhi».

Evelyn (Novara, Italia)

«When I left Milan on February 21st to go home to my parents, I thought of doing it only for a weekend, as for a year now. That Friday, however, was different, it was the day of the first infection, the Codogno one, followed closely by other 5/6 cases which in two days would have risen to a hundred. Since that day everything has changed: news programs talked H24 about the virus, the daily count of the new infected and the obligation for everyone to stay at home. To those who asked me how I am living this quarantine I would reply that it was, both positive and negative, a whirlwind of emotions. Starting from the fear felt reading the tragic stories of those who are fighting against the virus, or hearing a coughing mother who immediately thinks of the worst (and the fact that she is a nurse certainly does not reassure me). Of course, I also have happy moments like video calls with friends, evenings spent cooking, but above all some small goals, both personal and professional, which despite the quarantine I managed to achieve.

I left Milan while I was enjoying all the moments of having a job and living in a big city. Catapulted and then locked up at my parents’ house in Novara, it was not easy not to get carried away by despair, but slowly I got used to it, and I tried, sometimes even with difficulty, to take each crumb of happiness that every moment could give me. I concluded the internship in smart working, which will soon turn into something more, and another small big project was born.

Last but not least, I tried to live every moment I spent with my family, which has always been present, but which perhaps I have never appreciated so much. Sometimes life can surprise us if we only live it with other eyes».

Evelyn (Novara, Italy)

4 pensieri su “(🇮🇹/🇬🇧)PRIMA PUNTATA – Libertà nel mondo ai tempi del Coronavirus: l’opinione dei ragazzi sulla quarantena

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