(🇮🇹) Notre Dame de Paris tra arte e letteratura.

Notre-Dame di Parigi

«I prodotti dell’architettura sono opere sociali piuttosto che individuali; più il parto di un popolo in travaglio che il frutto di uomini geniali. Depositi lasciati da una nazione, ammassi che formano i secoli; residuo delle evaporazioni successive della società umana; per dirla in breve, specie di formazioni naturali».

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Capitolo primo, libro terzo di Notre-Dame de Paris, opera di Victor Hugo (1802-1885). Si tratta di un breve saggio storico artistico, incentrato sulla storia dell’architettura medievale, ma con un focus sull’evoluzione della cattedrale in questione.
«Per quanto sia rimasta bella invecchiando, è difficile non sospirare e non indignarsi davanti ai guasti e alle mutilazioni innumerevoli che simultaneamente il tempo gli uomini hanno inflitto al venerabile monumento, senza alcun rispetto per Carlo Magno che ne aveva posata la prima pietra, per Filippo Augusto che ne posò l’ultima».
Hugo descrive brillantemente le tre ‘ferite’ che colpiscono, prima o poi, ogni edificio: il tempo, le rivoluzioni e le mode.
«Si possono distinguere tre specie di ferite sulla sua rovina e tutte e tre l’intaccano a differenti profondità: prima di tutto il tempo, che ne ha sbreccato qua e là e arrugginito dappertutto la superficie; poi le rivoluzioni, politiche e religiose, che, cieche e bestiali per natura, le sono piombate addosso tumultuose, strappandole la ricca veste di sculture ed i cestelli, spaccando i rosoni, spezzandone le collane di arabeschi di figurine, battendo le statue, ora perché mitria te, ora perché coronate; e infine le mode, sempre più sciocche e grottesche, contribuendo una dietro l’altra, dopo le disordinate e splendide deviazioni del Rinascimento, alla fatale decadenza delle architettura. Le mode hanno fatto più danni delle rivoluzioni. Hanno tagliato nella carne viva, hanno intaccato lo scheletro dell’arte, hanno smozzicato, disorganizzato, distrutto l’edificio, nella forma come nel simbolo, nella logica come nella bellezza. Hanno sfacciatamente applicato il nome del buongusto, sulle ferite dell’architettura gotica, le loro misere, effimere cianfrusaglie, i loro nastri di marmo, le loro nappine di metallo, labbra di ovuli, di volute di drappeggi, di ghirlande, di frange, di fiamme, di pietra, di nuvole, di bronzo, di amorini obesi, di Cherubini paffuti […]».
Le mode hanno fatto più danni delle rivoluzioni. Come si potrebbe non essere d’accordo con Hugo? Quante pale d’altare sono state trovate, anche in Italia, dopo secoli, perché nascoste da sontuosi altari barocchi? Quanta arte abbiamo rischiato di perdere (o inconsapevolmente perso) a causa di quei grandissimi fuochi fatui, chiamati ‘moda’?
Tornando a Notre-Dame, poderosissima cattedrale composta da cinque navate, essa è un ibrido. Spesso si pensa al passaggio dall’architettura romanica a quella gotica come qualcosa di rapido e definito. In realtà, la cattedrale, i cui lavori richiesero circa due secoli di impiego (tra il XII e il XIV secolo), è solo uno dei tanti prodotti ‘meticci’ dell’architettura a livello europeo. Anche in Italia, moltissime cattedrali, abbazie (es. abbazia di Fossanova) e basiliche presentano una commistione di elementi che sono romanici e gotici insieme.
Hugo scrive: «Del resto, Notre-Dame di Parigi non è affatto un monumento compiuto, definito, classificato. Non è più una chiesa romanica, non è ancora una chiesa gotica. Non è una costruzione tipica. Notre-Dame di Parigi non ha, come l’abbazia di Tournus, la struttura grave e massiccia, la volta ampia arrotonda, la nudità glaciale, la maestosa semplicità degli edifici che hanno come punto di partenza il tutto sesto. Notre-Dame di Parigi è un’opera di transizione. D’altronde gli edifici di transizione tra il romanico e il gotico non sono meno preziosi, per lo studioso, di quelli di tipo puro».
Nonostante i tanti mutamenti che ogni forma d’arte subisce col passare dei secoli e del passo umano su questa terra, le nostre cattedrali presentano sempre alcune costanti imprescindibili, che nemmeno la Controriforma nell’Italia cinquecentesca avrebbe poi stravolto:
«L’arte ha cambiato pelle, ma la struttura della chiesa cristiana è rimasta intatta, con la medesima ossatura, la medesima disposizione logica delle parti. Qualunque sia rivestimento scolpito è tornato di una cattedrale, li troviamo sempre sotto di esso, almeno lo stato di germe di rudimento, la basilica romana che si sviluppa eternamente sul suolo secondo la stessa legge. Ci sono sempre due navate che si incrociano […] , ci sono sempre navate laterali […] il numero delle cappelle, dei portali dei campanili, delle guglie, si modifica all’infinito, secondo la fantasia del secolo, del popolo e dell’arte. […] Di qui la prodigiosa varietà esteriore di queste costruzioni, nel cui fondo permane tanto ordine e tanta unità. Il tronco dell’albero non muta, muta a capriccio la vegetazione».
Questo meraviglioso capitolo, che Hugo inserisce all’interno della sua altrettanto meravigliosa opera, è un piccolo gioiello di saggistica medievale, utile per capire come la storia dell’architettura francese si intrecci indissolubilmente con quella italiana. Ogni paese, nonostante i contatti con l’esterno, che hanno generato dei legami profondi e innegabili, è riuscito però ad affermare la propria autonomia artistica, l’uno rispetto all’altro.

Di Giovanna Pasciuto

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