«Se vuoi sopravvivere qui, devi saper lasciare perdere le questioni di principio» ~ Paul Auster, «Nel paese delle ultime cose».

Anna Blume è una ragazza che ha sempre avuto il meglio dalla vita: una famiglia facoltosa e nessuna noia o incombenza che si frapponesse tra lei e le sue aristocratiche giornate.
Il «paese delle ultime cose» è la «città apocalittica del terrore», dove si combatte per restare a galla, per non morire come un miserabile o dove si stabiliscono nuovi modi per preservare una parvenza di dignità alla e nella morte, con il suicidio di massa, per esempio.
Anna vi arriva dopo la scomparsa di suo fratello. William, giovane reporter, era stato inviato nella ‘città dimenticata da Dio’ per informare il mondo esterno su cosa accadesse in quell’inferno.
Al di là della storia in sé, l’aspetto più coinvolgente del libro di Paul Auster (1947) è la forza con la quale fa emergere l’umanità presente nelle azioni più semplici, che su uno sfondo di tale abbrutimento diventano perle bianchissime immerse in un mare di fango denso: fare l’amore con amore, aiutare una persona malata, seppellire un cadavere, curare una ferita, non ammazzare l’altro… è il residuo di una umanità che è stata cancellata, riportata allo stato brado e soprattutto reificata.

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