«Immagino che vi sia un periodo cruciale, nella vita di ognuno, allorché il carattere si consolida definitivamente» ~ il Dio delle illusioni di Donna Tartt.

I morti ci appaiono in sogno, perché è l’unico modo in cui possono farsi vedere da noi; e ciò che vediamo è soltanto una proiezione, trasmessa da una grande distanza, luce che brilla da una stella morta…

Il Dio delle illusioni.
Una storia segreta che non verrà mai del tutto a galla, infarcita di mistero, verità taciute e messe a tacere.
Un thriller? Un giallo? Un semplice romanzo?
Trovo improbabile etichettare il libro di Donna Tartt, poiché ‘incasellarlo’ all’interno di una ‘definizione’ precisa e deterninata equivarrebbe a mettere le briglie a una storia che passa attraverso diversi generi, pur non ritrovandosi in nessuno di essi, almeno non completamente.
Cinque studenti universitari nel Vermont, membri di una classe elitaria, seguono delle lezioni altrettanto ‘esclusive’ (greco, latino, filosofia, letteratura inglese…), tutte tenute da un solo e unico insegnante volutamente (e forse un po’ forzatamente) sui generis.

Ai cinque ‘prescelti’ si aggiunge poi la voce narrante: Richard, un ragazzo cresciuto in California, che in poco tempo riesce a instaurare un profondo legame con gli altri (o almeno, così crede).
Tuttavia, segreti, bugie, rancori, passioni deviate e legittime, entreranno presto serpeggiando come vermi, più che come rettili, tra i capitoli dei ricordi trascritti da Richard, lasciando segni profondi, marcati e portando a un epilogo imprevedibile e sconvolgente.

È un’idea tipica dei greci, e molto profonda. Bellezza è terrore. Ciò che chiamiamo bello ci fa tremare. E cosa potrebbe essere più terrificante e più bello che perdere ogni controllo?

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