~ Avrei partecipato al matrimonio, ma ad un patto: […] che non chiedessi il nome dello sposo, né tantomeno lo pubblicassi. «Nemmeno quello della sposa» promisi. «Oh, quello non conta. La sposa non conta» ~ «Il sesso inutile» di Oriana Fallaci.

 

La rivoluzione più grande è, in un paese, quella che cambia le donne e il loro sistema di vita. Non si può fare la rivoluzione senza le donne. Forse le donne sono fisicamente più deboli ma moralmente hanno una forza cento volte più grande. Se potessi fare l’esercito della libertà con le sole donne, sarei sicuro di vincere la guerra in un anno.

 

Nel 1961 a Oriana Fallaci viene chiesto di scrivere sulle donne.
Ovviamente, per farlo, avrebbe dovuto viaggiare, arrivando così ad indagare la condizione femminile in diversi paesi: Pakistan, India, Cina, Giappone, Hawaii e infine New York. Dall’Oriente all’Occidente: un viaggio che portò alla luce un sesso banalizzato, reificato, mortificato e, appunto, reso inutile.

Il Pakistan, nazione costellata da matrimoni tra adulti e bambine. Una realtá dove le donne locali ridono “delle storie d’amore” e inorridiscono all’idea di trovare marito da sole, per non parlare del restare zitelle o del divorzio: una separazione in Pakistan equivale a una vera e propria “morte civile”. La realtà del purdah o del burqa è l’unica che le donne conoscono, quindi l’unica, per loro, giusta.

L’India e la sua sonnolenza placida e millenaria; eppure, le donne indiane sono “farfalle di ferro”.
Donne che hanno eroicamente ‘combattuto’ con e per Gandhi e che ottennero il diritto al voto nel 1935 (ricordando che in Francia e in Italia le donne lo ottennero solo nel ’44 e nel ’45). Nonostante l’Occidentalizzazione galoppante sia arrivata anche ed inevitabilmente in India, le donne indiane continuano a indossare il sari, poiché “prima di essere donne siamo indiane. Il sari è la nostra bandiera. E rinunciarvi sarebbe un tradimento come rinunciare alla nostra nazionalità”.

Nonostante tutto questo: la loro forza culturale, l’orgoglio per la propria storia, l’India resta il paese delle grandi contraddizioni: le leggi più avanzate esistono, sono state introdotte, ma per cultura, religione e tradizione, spesso non ci si ricorre né ci si appella.

La Cina rossa e quella del capitalismo, comunque il paese delle donne con i piedi fasciati, delle dita che si piegavano e delle ossa che si frantumavano. Piedi che non dovevano superare i nove centimetri di lunghezza, perché altrimenti, quale uomo sano di mente avrebbe sposato una donna con dei piedi giganti come quelli di una contadina? Il paese dove “Quando nasceva una femmina, la famiglia era in lutto e la femmina doveva imparare subito l’obbedienza al padre e ai fratelli. Quando la femmina si sposava, doveva imparare l’ubbedienza al marito e alla suocera”.

Il Giappone dell’omiai e delle sue regole, dove “Nessuna giapponese con un po’ di buonsenso crede ai matrimoni d’amore: essi portano all’incomprensione e al divorzio poiché quando uno è innamorato giudica l’oggetto del suo amore come una divinità. Col tempo, si ci accorge che costei o costui non è affatto una divinità, e resta deluso. Col nostro sistema, invece, nessuno resta deluso: tutt’al più scopre che il coniuge è migliore di quanto avesse pensato”.

Tuttavia, esistono dei posti, sparsi nel mondo, dove il sesso debole e inutile non è quello femminile: ci sono i matriarcati della giungla, dove le donne, coloro che posseggono la terra, cacciano via i mariti dalle proprie abitazioni, riportandoli a vivere con le proprie madri e li chiamano a sé una volta alla settimana o al mese, a loro piacere.

E poi c’erano le Hawaii. Uso il passato, perché il colonialismo e i missionari protestanti le hanno distrutte: una cultura e un’etnia estirpate come erbacce, così come d’altronde fu per molte altre, travolte dalla furia dell’Occidente e da quella che, da secoli, viene furbescamente sbandierata come civiltá.

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